Nina studiava gli oceani, era una scienziata. Era un’avvocata dei diritti umani fin dagli anni Sessanta, un’attivista incrollabile. I mari, le persone, i fondali di sopra e di sotto. Nina era famosa tra gli arcigni custodi del potere anche perché era nipote di un ministro degli Esteri dell’epoca di Stalin, Maxim Litvinov, e da quelle parti certe genealogie contano.

Nina Litvinova aveva 80 anni quando si è uccisa, l’hanno trovata per strada: è successo qualche giorno fa ma non riesco a smettere di pensare a una donna che si uccide a ottant’anni, quando la vita è quasi tutta alle spalle. Cosa ti spinge, nell’età in cui potresti insegnare, passare ad altri i tuoi saperi, scrivere saggi e memorie da mandare all’estero, ecco: cosa ti spinge ad ammazzarti, invece.

Ha lasciato una lettera, l’ha resa nota sua cugina Masha Slonim. «Vi amo tutti e vi penso. Ma devo andarmene: vivere per me è insopportabile. Da quando Vladimir Putin ha attaccato l’Ucraina, fa morire persone innocenti mentre nel nostro paese migliaia di persone vengono continuamente mandate in prigione dove soffrono e muoiono solo perché, come me, sono contro la guerra e contro le uccisioni. Non posso aiutarli in alcun modo».

Ecco: non posso aiutarli. Questo senso di impotenza così diffuso: l’impotenza che annienta e paralizza, che isola — se non ti ribelli. La nomina, l’impotenza, nella lettera di congedo: «Zhenya Berkovich, Svetlana Petriychuk, Karina Tsurkan e migliaia di altri soffrono e muoiono dietro le sbarre. Ho cercato di aiutarli ma le mie forze sono esaurite e giorno e notte soffro per la mia impotenza. Mi vergogno ma mi arrendo. Per favore, perdonatemi».