Per l’Unione europea il Libano è un’occasione d’oro per sperimentare finalmente il ruolo politico-militare fuori dai propri confini con o senza la cornice dell’Onu. E proprio per questo non si può permettere di sbagliare. Il commento di Marco Mayer e Agostino Ferrara
In questi giorni una delegazione dell’Unione europea visiterà il Libano. L’obiettivo – come preannunciato dall’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas – è analizzare la situazione sul terreno in vista della prossima presenza militare e civile, che dovrebbe (almeno in parte) sostituire le funzioni dell’Unifil, in scadenza il 31 dicembre di quest’anno (come stabilito dalla Risoluzione n. 2790(2025) del Consiglio di Sicurezza dell’Onu). Si tratta di una missione militare delle Nazioni Unite, alla quale l’Italia ha sempre offerto un contributo consistente di donne, uomini e mezzi, sin dall’agosto 2006, ai tempi del governo Prodi II e di Massimo D’Alema alla Farnesina.
L’Unione europea ha pochissimo tempo a disposizione per definire con la necessaria puntualità il ruolo che intende assumere in Libano. A ciò si aggiunge che il Consiglio di Sicurezza, con la predetta risoluzione, ha incaricato il segretario generale, António Guterres, di esaminare, entro il 1° giugno 2026, le opzioni per il futuro dell’attuazione della Risoluzione n. 1701(2006), dopo il ritiro dell’Unifil, comprese le opzioni per l’assistenza in materia di sicurezza e monitoraggio della Linea Blu e le modalità per rafforzare il sostegno al ridispiegamento delle Lebanese Armed Forces (LAF) a sud del fiume Litani attraverso gli strumenti delle Nazioni Unite.






