L’Italia guarda spesso all’immigrazione contando arrivi, permessi, sbarchi, residenti. C’è però un altro contatore, meno rumoroso e molto concreto: i soldi che partono. Nel 2025 gli immigrati hanno inviato all’estero 8,6 miliardi di euro, secondo i dati della Banca d’Italia elaborati dalla Fondazione Leone Moressa. Una cifra che dice dove si lavora, dove si risparmia e quali paesi restano agganciati alla vita quotidiana di chi vive qui. È un flusso enorme, superiore alla spesa italiana per la cooperazione internazionale allo sviluppo, che si aggira attorno ai 6 miliardi. Se poi si considerano anche i trasferimenti informali, quelli che non passano dai canali ufficiali e viaggiano in contanti, con amici, parenti o sistemi più artigianali, il volume reale potrebbe salire tra 9,9 e 12,5 miliardi. La Banca d’Italia stima infatti che questa parte invisibile possa valere tra il 15 e il 45 per cento dei flussi registrati.Il totale delle rimesse cresce anno su anno, ma non in modo uniforme. Nel 2025 i flussi verso l’Asia aumentano di 392 milioni, pari a un +11,5 per cento. Salgono anche quelli diretti verso il Nord Africa e il Vicino Oriente, con un +6,4 per cento. Vanno invece nella direzione opposta le rimesse verso l’Africa subsahariana, in calo dell’8,2 per cento, e quelle verso i paesi dell’Unione europea, giù del 6,4 per cento. Dietro il dato generale si muove quindi una geografia nuova e dinamica. Il Bangladesh è il caso più evidente. Nel 2025 riceve dall’Italia 1,686 miliardi di euro, quasi un euro su cinque tra tutte le rimesse in uscita, il 19,6 per cento del totale. In dieci anni il flusso verso Dacca è cresciuto del 218,9 per cento e nell’ultimo anno del 19 per cento. L’India segue con 594 milioni, il 6,9 per cento del totale, e una crescita annua del 31 per cento. Subito dopo arriva il Marocco, con 579 milioni, e poi le Filippine, con 566 milioni. Il baricentro si sposta a est. Non solo per numero di residenti, ma per capacità di risparmio, reti familiari, canali di invio, obblighi sociali verso le famiglie rimaste nei paesi d’origine.Ci sono poi i casi speculari, quelli che spiegano meglio la trasformazione. Da un lato Bangladesh e Georgia. Dall’altro Romania e Cina. La Georgia è un caso a sé: 539 milioni di euro di rimesse nel 2025, con una crescita del 447,9 per cento nel decennio, nonostante una comunità residente in Italia di meno di 30 mila persone. Il Bangladesh, come detto, è diventato la prima destinazione assoluta. Al contrario, la Romania arretra: 338 milioni nel 2025, appena il 3,9 per cento del totale, con un crollo del 67,1 per cento rispetto al 2015. Eppure i romeni restano una delle comunità straniere più numerose in Italia.Ancora più netto è il caso cinese. Nel 2011 e nel 2012 i flussi verso Pechino superavano i 3 miliardi di euro. Nel 2025 sono scesi ad appena 4 milioni. Il crollo, però, va letto con cautela: in passato quei valori comprendevano anche operazioni che non erano trasferimenti familiari in senso stretto, come transazioni commerciali o movimenti legati all’attività d’impresa. Cambiamenti nelle rilevazioni, nei canali utilizzati e nei comportamenti finanziari hanno poi ridimensionato in modo drastico il dato ufficiale.Sul territorio italiano, la classifica conferma il peso delle grandi aree urbane e produttive. La Lombardia resta prima regione di invio, con 1,865 miliardi, il 21,7 per cento del totale. Seguono Lazio, con 1,395 miliardi, ed Emilia-Romagna, con 806 milioni. Poi Veneto e Campania, entrambe attorno ai 700 milioni. Facendo zoom sulle province, la mappa diventa ancora più nitida. Roma è il primo punto di partenza delle rimesse: 1,197 miliardi di euro, il 13,9 per cento del totale nazionale. Milano segue con 944 milioni, l’11 per cento. Da sole, le due grandi aree urbane valgono circa un quarto di tutti i soldi inviati dall’Italia verso l’estero. Poi arriva Napoli, terza con 489 milioni e una crescita del 13,7 per cento nell’ultimo anno. Torino si ferma a 263 milioni. Il dato pro capite aggiunge un’altra chiave. In media, ogni cittadino immigrato invia all’estero 134 euro al mese. Ma la media dice poco perché la differenza tra i valori è ampia. Tra le principali comunità straniere, il Bangladesh arriva a 658 euro mensili a testa. Le Filippine superano i 300 euro. Restano invece sotto la media molti paesi del Nord Africa, come Marocco, Tunisia ed Egitto, e l’Est Europa.Quella mappa, però, non resta solo dentro le tabelle. Finisce anche nella politica sociale. Con la legge di bilancio 2026, secondo l’emendamento della senatrice di Fratelli d’Italia Francesca Tubetti, i cosiddetti money transfer saranno inclusi nel calcolo dell’Isee. La misura punta a considerare le rimesse in denaro non accompagnato, insieme alle giacenze in valuta estera e alle criptovalute, nella componente patrimoniale utile a determinare l’accesso ad agevolazioni fiscali e benefici assistenziali. È un passaggio delicato. Per il governo, l’obiettivo è riequilibrare l’accesso ai servizi a domanda individuale, evitando che una parte della capacità economica resti fuori dall’indicatore. Per molte famiglie immigrate, però, le rimesse non sono un accumulo patrimoniale, ma una spesa ricorrente: denaro che esce dal reddito disponibile e serve a mantenere genitori, figli, fratelli, a pagare scuole, cure, affitti, emergenze. Ed è la stessa Fondazione Leone Moressa a sottolineare che queste somme, già tassate in Italia, sono uno strumento fondamentale di sostegno alle famiglie nei paesi d’origine.di
La geografia dei lavoratori stranieri in Italia raccontata dalle rimesse
Nel 2025, secondo Banca d’Italia, gli immigrati hanno inviato all’estero 8,6 miliardi di euro. Crescono Bangladesh, India e Georgia, mentre arretrano Romania e Cina. Con la manovra 2026, i money transfer entreranno anche nel calcolo dell’Isee






