Basta una notifica sullo smartphone. Oggetto: fatture, avvisi, conferme d’acquisto. Il mezzo: sms, e-mail, messaggi su WhatsApp. I cybercriminali sfruttano i canali più immediati per inviare messaggi che imitano i marchi di aziende conosciutissime. Giocano sulla fiducia nei brand. Giusto l’anno scorso la Polizia Postale ha gestito oltre 51 mila casi di cybercrime fra phishing, frodi e truffe digitali. Ma quali sono i marchi più utilizzati in Italia? A dare uno spaccato è Truffa.net, che ha analizzato il comportamento di ricerca su Google dopo aver ricevuto messaggi sospetti, identificando quelli più associati a termini come “phishing” e “truffa”. I risultati danno vita quindi a una classifica sui generis. La classifica Questa classifica mostra la concentrazione delle truffe su marchi noti e di alto utilizzo nella vita quotidiana. In testa c’è PayPal con 13.320 ricerche all’anno legate alle parole “truffa” e “phishing”. Seguono poi Amazon (con 9.240) e Poste Italiane (8.740). Il podio conferma perciò il peso dei servizi finanziari, postali e dell’e-commerce. Medaglia di legno per Enel (4.800), dietro a cui si trovano Airbnb (2.400), a pari merito WhatsApp e Vodafone (2.280) e Unicredit (2.160). Infine, nella top 10, compaiono Google (1.560), e-Bay (1.440), Tim e Zalando (entrambe a 1.200). Sui settori più esposti al phishing, c’è un elenco preciso: Banche e servizi finanziari: 26,12%; E-commerce: 17,35%; Servizi postali: 14,23%; Energia e utilities: 8,19%; Telecomunicazioni: 7,21%; Social media: 6,63%; Viaggi: 6,24%; Tecnologia: 4,29%; Moda: 3,51%; Televisione e intrattenimento: 1,56%. I fattori ricorrenti Secondo l’analisi, ci sono tre fattori ricorrenti che rendono i marchi sopracitati particolarmente sfruttati nel phishing e nelle truffe. Il primo è l’alta frequenza di comunicazioni (bollette, conferme, notifiche). Il secondo è la gestione diretta di pagamenti o dati personali. E il terzo è l’uso di messaggi che simulano una emergenza (bollette, blocchi account, pagamenti sospetti).