In questi giorni di maggio del 2014 il Wisarat al-Kharji, ministero degli Affari esteri del nascente Stato islamico stava per mettere a segno il suo primo attacco di rilievo in Europa, contro il Museo ebraico di Bruxelles. Il Califfato non era stato ancora proclamato da Al-Baghdadi, ma migliaia di foreign fighters erano già in Siria e in Iraq. Raqqa era nelle loro mani e Mosul stava per cadere. Venivano dal Maghreb, dall’Asia centrale, dal Sudan e anche da Francia, Gran Bretagna, Germania, spesso figli o nipoti di immigrati da Paesi musulmani. Il Wisarat al-Kharji, guidato dal britannico Mohammed Emwazi, uno dei famigerati Beatles, non aveva funzioni diplomatiche. La sua attività era organizzare attentati. Un’ondata terribile, culminata nei massacri di Parigi del 13 novembre 2015. L’Isis aveva ereditato l’ideologia di Al-Qaeda e l’aveva portata al massimo dell’orrore. Oggi sia l’Isis che Al-Qaeda sono fantasmi, gruppi residui dispersi nei deserti. Possono ancora ispirare qualche lupo solitario, ma non più organizzare azioni di tipo militare. L’erede di Osama bin Laden, Ayman al-Zawahiri, nel 2016 ha prestato giuramento di fedeltà all’emiro afghano Haibatullah Akhundzada, dal 2021 padrone dell’Afghanistan. Il patto era protezione in cambio della fine di ogni attacco in Occidente, per evitare un’altra invasione da parte degli Usa. Al-Zawahiri è stato eliminato in un raid nel 2022, ma il patto vale anche per il suo successore, Saif al-Adel, che la Cia ha localizzato in Iran. Se confermato, sarebbe comunque in uno stato di “custodia e controllo”, come già i figli di Bin Laden. Tradotto, non conta più nulla. L’ultimo califfo dell’Isis, Abu Hafs al-Quraishi, è invece alla macchia, forse in Somalia.