Prima la guerra prende forma sugli schermi, tra mappe condivise sui social network, poi nelle sale di comando. A metà giugno 2025 la crisi con l’Iran ha superato il punto di non ritorno, concretizzandosi in un elenco di bersagli che ha trasformato radicalmente la natura del confronto. Non più un’azione diplomatica né un raid chirurgico circoscritto al solo programma nucleare, ma un disegno militare organico pensato per indebolire in profondità l’architettura materiale del potere di Teheran. L’elenco elaborato al Pentagono andava ben oltre i tradizionali snodi dell’arricchimento dell’uranio, come Natanz, Isfahan e il sito sotterraneo di Fordow. Accanto agli impianti atomici, i pianificatori statunitensi hanno inserito infrastrutture di superficie, reti logistiche e, soprattutto, asset energetici vitali per il Paese.

Colpire l’energia in Iran significa mirare al cuore dell’economia nazionale, trasformando l’operazione da misura di disarmo a potenziale innesco di una crisi globale capace di agitare i mercati internazionali. Il gigantesco giacimento di gas di South Pars, essenziale per la stabilità interna, ne è l’emblema: ogni minaccia a quell’area alimenta i timori sui prezzi dell’energia e sulla sicurezza del cruciale stretto di Hormuz. Questa ampiezza di obiettivi rifletteva la deterrenza strategica voluta da Donald Trump, rivolta a intimidire l’avversario e a costruire consenso interno invocando una resa incondizionata. Ma risentiva anche delle pressioni di Israele, che giudicava insufficiente un’azione limitata e puntava allo smantellamento dell’intero sistema di proiezione strategica iraniana, inclusi i centri di comando e gli apparati industriali. Tel Aviv, in particolare, confidava nell’intervento americano per impiegare le bombe anti-bunker trasportate dai B-2, ritenute le uniche in grado di penetrare installazioni interrate a grande profondità.