di
Leonard Berberi
Da giugno Lufthansa eserciterà l’opzione per salire al 90% del vettore (il 10% al Mef). Il ceo del gruppo: troppa concentrazione? No. Per competere con il resto del mondo le dimensioni sono importanti
«Per Alitalia siamo la casa migliore, con noi può salvarsi e crescere». È il giugno 2016, Carsten Spohr, il comandante di Airbus A320 che da un paio d’anni gestisce il gruppo Lufthansa, lo confida a margine di un evento della Iata a Dublino. In quel periodo la compagnia italiana aveva come azionista di minoranza Etihad, i conti non andavano bene e all’orizzonte si stavano addensando le nubi che porteranno poi al crac e all’amministrazione straordinaria nel maggio 2017. «Ci vorrà pazienza, noi dobbiamo farci trovare pronti», ha proseguito Spohr. «Prima o poi verrà il nostro momento».
Fattore 90 (per cento)Dieci anni dopo, il giugno prossimo, il gruppo Lufthansa eserciterà l’opzione per salire dal 41 al 90% di Ita Airways (versando altri 325 milioni di euro), l’aviolinea tricolore creata per subentrare ad Alitalia. In mezzo, anni di discussioni e audizioni parlamentari, diversi progetti di investimento, interlocuzioni con pubblici e privati, la battuta d’arresto in coda al governo Draghi (quando alla cordata Msc-Lufthansa venne preferita quella guidata da un fondo Usa senza esperienza nella gestione di vettori), i continui battibecchi con l’Antitrust Ue per avere l’ok alle nozze italo-tedesche, qualche tentativo (anche da alcune stanze del ministero dell’Economia) di far saltare l’investimento a Roma sconfitto dal rapporto diretto tra Spohr e il ministro Giancarlo Giorgetti.






