La barba incolta e l’immancabile codino in testa. In manette, indossava una felpa grigia (che un po’ ricorda Nicolás Maduro al momento della sua cattura). Alex Saab fa segno di ‘no’ più volte con la testa. Si sfoga con un agente della Dea che non può consolarlo. Si è trovato di colpo a Miami, nell’aeroporto di Opa Locka, trasportato dall’aeronave Usa Gulfstream (targa N550GA). Saab, arrestato il 3 febbraio – un mese dopo la cattura di Maduro – aveva trascorso gli ultimi mesi dentro il maxi-carcere dell’Helicoide. In quelle ore il suo legale storico, Luigi Giuliano, aveva negato a Ilfattoquotidiano.it la sua detenzione bollandola come “fake news“. Del resto l’amministrazione Rodríguez ha sempre mantenuto massimo riserbo sul provvedimento detentivo. Tuttavia, fonti legate agli organi di sicurezza spiegano a Ilfattoquotidiano.it che Saab si trovava in un’area privilegiata, dove riceveva visite quotidiane della moglie, Camilla Fabri, ex-viceministra della Comunicazione Internazionale, ora senza incarichi.
Di loro si era persa traccia, almeno a livello mediatico. Era in corso una lunga trattativa con diverse ipotesi sul tavolo: dal rilascio, richiesto da alcune correnti del Chavismo, all’espulsione voluta da Delcy Rodríguez, che sta seguendo alla lettera l’indicazione Usa di smantellare la vecchia guardia del Chavismo. E soprattutto quell’ala che rispondeva a Maduro. “Sta facendo un lavoro fantastico”, ha ripetuto di recente lo stesso Donald Trump. Ora l’incubo si ripete per Saab: altro processo negli Usa. È imputato per corruzione, riciclaggio e altri reati. Lui, architetto finanziario di Caracas, è ora un trofeo dell’amministrazione Trump. Ed è di nuovo teoria dei giochi: affondare insieme a Nicolás Maduro, oppure tradirlo e sopravvivere. Questa volta però è solo, senza amici e senza il sostegno del governo venezuelano che lo ha scaricato ed espulso negli Stati Uniti.











