Julie è stata l’ultima elefantessa da circo del Portogallo. Raggiungerà Kariba, che è invece nata in Zimbabwe: qui la sua famiglia fu brutalmente sterminata nel corso di una campagna per l’avorio, era la metà degli anni ’80. Orfana, fu inviata in uno zoo in Germania: da allora ha vissuto quarant’anni negli zoo europei, l’ultimo in Belgio, il Palawi Park. Più di 28 ettari - ma presto saranno 400 - di natura, silenzio e cura accolgono animali che per anni hanno vissuto sotto lo sguardo e le regole dell’uomo: nell’Alentejo, a 200 chilometri da Lisbona, per la prima volta, il tempo degli elefanti torna a somigliare a quello della vita selvatica: lento, libero, essenziale. Si chiama Pangea il primo, grande santuario per elefanti d’Europa. Alle prime due ospiti se ne aggiungeranno via via altre: l’obiettivo è quello di tendere una mano, metaforica, ad alcuni dei 600 pachidermi che vivono ancora in cattività nel continente. Tra loro, soprattutto i 40 che ancora si esibiscono nei circhi, in larga parte elefanti anziani, catturati in natura e portati in Europa nel corso degli anni ’80. Altri tempi, per fortuna.
“Kariba e Julie vivranno in un vasto habitat naturale dove potranno muoversi liberamente, fare il bagno e socializzare in gruppi compatibili”, sottolinea al The Guardian Kate Moore, direttrice generale di Pangea. “Gli elefanti – aggiunge - sono tra gli animali più intelligenti e sensibili del pianeta, quindi hanno bisogni molto complessi”. Del resto in cattività gli elefanti sono assegnati a gruppi molto più piccoli rispetto a quelli naturali, hanno spazi di movimento drasticamente ridotti - in natura percorrono decine di chilometri al giorno - e non di rado sviluppano malattie: gli studi più recenti parlano di un aumento della mortalità infantile e certificano un’aspettativa di vita di 17 anni per le femmine, che in natura ne vivono in media 56. Anche per questo molte strutture iniziano a farne a meno, una dopo l’altra. Pangea non sarà aperta al pubblico.






