Roberta Pino
17 maggio 2026 18:00
Una chiesa più accogliente, più misericordiosa, più inclusiva, dove i cosiddetti “diversi”, i “non allineati”, i “fuori posto” possano trovare casa. Una casa di prossimità per i carcerati, le vittime di bullismo, i migranti, le persone con orientamenti sessuali differenti, le donne vittime di violenza. E con questo intendimento si è svolta venerdì 15 maggio, nella suggestiva chiesa degli Ottimati, una veglia di preghiera con un titolo emblematico “Ecco le lacrime degli oppressi” Percorsi di luce e fraternità, voluta dalla Comunità di Vita Cristiana.“Siamo qui, oggi, per una presa di consapevolezza, per lasciarci mettere in discussione, per fare nostro l’invito del Documento di sintesi dell’Assemblea sinodale, che chiede alla Cei di sostenere “con la preghiera e la riflessione le giornate promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato”, contro la violenza e la discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e la transfobia”.Così esordisce Claudio Meliadò, neo eletto presidente della Comunità nazionale della CVX, che dà l’avvio ad una veglia di preghiera intensa, armoniosa, spirituale nel senso più ampio del termine. È la voce di una chiesa che non può e non vuole stare in silenzio, che dichiara da che parte sta, e cioè dalla parte degli emarginati, degli ultimi, delle vittime di violenza, dei diversi perché ogni essere umano sia riconosciuto nella sua dignità ed uguaglianza senza più spazio per le discriminazioni.Ed ecco che nella chiesa degli Ottimati, alla significativa presenza dell'arcivescovo metropolita mons. Fortunato Morrone, del rettore della chiesa, il gesuita p. Sergio Sala, dell’avvocato Lucio Dattola, già presidente dell’Arcigay I Due Mari di Reggio Calabria, coordinatore dell’evento e di tutta la comunità locale della CVX, si è svolto un momento memorabile di parole in armonia e pace, una veglia dal sapore tanto agognato, di un equilibrio, di una giustizia sempre cercata, desiderata e, spesso, non realizzata.Cinque le testimonianze che si sono susseguite durante la veglia di preghiera, rappresentative di altrettante discriminazioni, quelle subite dai migranti, dalle vittime del bullismo, dai carcerati, dalla comunità LGBT+ e dalle donne vittime di violenza.Il racconto di Loveth, una donna nigeriana costretta ad abbandonare la sua terra, che ha dovuto affrontare il viaggio della speranza per trovare salvezza in Italia, è stato il primo ascolto potente e significativo della serata. Un viaggio, quello di Loveth, che è testimonianza di tante fughe disperate, spesso oggetto di cronaca a causa delle traversate in condizioni disumane e di lotta estrema per la sopravvivenza in mare. La croce arrivata da Cutro dove, nel 2023, si è verificata l'ennesima tragedia in mare, è lì, avvolta da un velo, a rappresentare i bambini annegati.La croce di CutroA descrivere il fenomeno del bullismo, le parole del padre di Carolina, una ragazza di Torino bella, intelligente, sportiva, amante della vita, con un futuro auspicabilmente roseo. Durante una festa, Carolina è costretta dai suoi stessi amici a bere un bicchiere in cui era stata versata una sostanza. Carolina perde conoscenza e diventa vittima di atti ignobili ripresi da un video poi diffuso nella rete.La ragazza sembrava aver ripreso una vita pseudo normale, senza tenere conto quanto la sua parte interiore fosse stata devastata dalla violenza subita, da cui ne è uscita sconfitta. Carolina non c’è più, ma ha lasciato qualcosa di scritto “Purtroppo le parole fanno più male delle botte”. Parole che pesano come un macigno.La testimonianza di Luis mette in luce la complessità della realtà carceraria, dove la discriminazione è anche interna perché in carcere “pochi comandano e molti subiscono”. La sua traccia tocca i cuori di tutti, Luis è lì, in carne e ossa, e suscita riflessioni profonde. Anche per il posto in cella ci sono discriminazioni frutto di un sistema che non offre tutele, ma acuisce ancora di più le distanze.“Chi sbaglia deve pagare. Ma pagare non dovrebbe significare perdere la dignità”. E prosegue “sto pagando per il mio errore … o anche gli errori di altri?”. Un’esperienza significativa il carcere per Luis che ha incontrato anche la luce dietro le sbarre e non solo il buio. Ma una volta uscito, si è imbattuto in un altro tipo di prigione: il giudizio della gente. “Una società migliore - sottolinea Luis - non nasce quando nessuno sbaglia, ma quando impariamo a guardare l’altro con giustizia e umanità”.La veglia prosegue con la testimonianza di una madre di un figlio appartenente alla comunità Lgbt+. Una madre separata che ha cercato di dare al figlio quei valori intrisi di rispetto e di educazione. Di fronte alla confessione del figlio, la paura prende il sopravvento, è una donna che già si sente “fuori posto” in chiesa, nella società, per la condizione di moglie separata a cui si aggiunge anche un figlio “sbagliato”. Ma il giudizio degli altri, la paura di un futuro incerto, fatto di pregiudizi e di una mentalità piccola, non hanno il sopravvento. Questa è una mamma che impara a guardare il figlio con occhi nuovi e con lo stesso amore.Ciò che conta davvero per lei è la felicità del proprio figlio. La violenza contro le donne è al centro della quinta ed ultima testimonianza. Una storia che comincia come tante altre, una donna che incontra un uomo apparentemente perfetto, giusto, amabile che, con il tempo però, incarna il maschilismo più becero e violento. Gelosia, controllo, ossessione, continue offese e violenze diventano il pane quotidiano e il rischio di rimanere intrappolate è molto alto. Se ne può uscire solo grazie all’aiuto degli altri, delle persone vicine, delle forze dell’ordine.“La denuncia è stata un modo per uscire dalle sabbie mobili del mio isolamento e della mia passività, per ritrovare la normalità di una vita senza violenza” si legge nella testimonianza di Luisa. La veglia della CVX ha offerto un momento di profonda riflessione e di “provocazione”, come ha sottolineato anche il vescovo Morrone, per imparare a guardare l’altro riconoscendogli dignità, diritti e valori nella diversità. Una responsabilità a cui la chiesa è chiamata, a cui tutti gli esseri umani sono chiamati affinché la parola “discriminazione” cessi di esistere.L'altare della chiesa degli Ottimati






