All’Italia serve un dicastero che potrebbe anche non chiamarsi come tale ma che possa essere dotato di risorse sufficienti per poter costruire l’impalcatura necessaria per la costruzione di una visione politica di ciò che l’Italia di oggi intenda realmente per welfare. La riflessione di Stefano Monti
Sono sempre più numerose e autorevoli le iniziative dedicate al welfare, parola soltanto parzialmente traducibile in italiano con il termine benessere e che ha assunto una rilevanza crescente negli ultimi anni, estendendo le riflessioni sul welfare non più all’ambito di intervento del settore pubblico, ma coinvolgendo anche in modo sempre più sensibile tutti gli attori sociali.
Passando in rassegna le evoluzioni degli ultimi 20-25 anni, infatti, quello che si sta progressivamente affermando è un nuovo modello di “welfare”, che innova considerevolmente i primi paradigmi novecenteschi. Se la visione tradizionale del welfare state prevedeva una netta contrapposizione tra il ruolo del pubblico, protagonista indiscusso delle politiche di welfare, e il ruolo del privato, legittimato in questo modo a perseguire il proprio beneficio personale e individualistico, il nuovo modello di welfare distribuisce in modo più omogeneo le responsabilità.







