Giulia Ferrara
23 aprile 2026 13:04
Il non finito calabrese è un fenomeno architettonico e sociale caratterizzato da edifici privati rimasti incompiuti, con pilastri in cemento armato a vista, facciate senza intonaco e ferri che svettano verso il cielo. Non nasce a caso, ma come fenomeno sociale e culturale del privato che rappresenta un “modo di abitare” tra gli anni ’60 e ’80 in seguito alla corsa agli investimenti per il futuro delle nuove generazioni. Oggi è oggetto di studi universitari, mostre fotografiche e riflessioni estetiche che lo definiscono come un vero e proprio “stile” architettonico identitario del paesaggio meridionale.“Non finito”: il marchioIn Calabria non costruiamo edifici, seminiamo monumenti all’attesa. Lo chiamano “non finito” ed è già un brand. È quella firma architettonica fatta di pilastri nudi e mattoni forati a vista che sfida le leggi della fisica e del buon senso. Se altrove il cemento serve a chiudere i progetti, da noi serve a certificarne l’immortalità: una volta gettato, resta lì a guardare le generazioni passare. Il non finito calabrese - dove non arriva lo Stato, arrivo io - è espressione di autocostruzione e sfiducia nelle istituzioni, un monumento alle aspettative tradite. Ma il brand non finito è un fenomeno che riguarda il settore privato tanto quanto quello pubblico. Il Pnrr ne è un esempio.La politica, in questi anni, ha recitato la sua parte nel coro delle grandi promesse. Ci hanno venduto il Pnrr come l’acqua santa che avrebbe finalmente battezzato le nostre eterne incompiute, trasformando scheletri urbani in palazzetti, scuole e strade degne di questo nome. L’Italia ha ricevuto la fetta più grande del Pnrr rispetto il resto dell’Europa, con un fondo di 200 miliardi di euro, buona parte dei quali a fondo perduto e il resto con un tasso di interesse praticamente nullo, che per un paese come il nostro, rappresentava una quantità di denaro sontuosa.Chissà quante cose avremmo potuto fare con quei 200 miliardi di euro, come sarebbe cambiata l’Italia e la nostra vita oggi. Sei anni sembranoessere tanti, eppure il tempo sta per scadere perché il 30 giugno è dietro l’angolo, così l’immaginazione cede il passo alla realtà e il Pnrr ha il suono di una ghigliottina.Pnrr acqua santa, e il non finito resta non finitoQualche investimento è stato fatto a livello nazionale superando il 60% degli obiettivi previsti: alta velocità ad esempio, la digitalizzazione, la scuola, le borse di studio, le case della comunità. Ma l’impressione generale è che l’Italia è quasi la stessa di sei anni fa, e lo riporta l’ultima analisi del dossier di governo mostrando il trend dei finanziamenti richiesti e portati a termine regione per regione.I dati mostrano come solo il 19% dei fondi sia stato utilizzato dalle regioni. Solo in Calabria i progetti da finanziare sono 22.155, con una richiesta di finanziamento pari a poco più di 6,3 miliardi di euro. Di questi 22.155 progetti, solo il 13% è stato ultimato.Il 13% in sei anni. La provincia di Reggio Calabria è tra quelle con la quota più alta di risorse assegnate (dietro Cosenza), ma anche tra quelle con i ritardi più marcati sulle grandi opere. Vuol dire che il restante 86% dei progetti resterà così, sospeso, finendo nell’abisso del non finito, perché una volta scoccata la scadenza del 30 giugno quei soldi non potranno più essere spesi.Non è solo un problema del nostro apparato centrale burocratico, ma anche e soprattutto un problema sulla preparazione del personale a livello regionale. La macchina amministrativa non è preparata a una sfida europea del genere, i dipendenti pubblici regionali del sud - Calabria compresa - sono troppo anziani, troppo pochi, meno preparati alla digitalizzazione rispetto quelli del nord. Ci sono ancora uffici sottodimensionati e digitalmente analogici che molto spesso non hanno le competenze necessarie a gestire bandi complessi come quelli europei che dovrebbero essere trasformati in progetti regionali, sprecando così occasioni e soldi dell’Europa.I fondi del Pnrr adesso evaporano verso Bruxelles perché non siamo stati capaci di passare dai rendering ai fatti, la nostra classe dirigente si prepara allo sport regionale del rimpallo delle colpe. Diranno che mancavano i tecnici, che le gare sono andate deserte, che la burocrazia è un mostro. La verità è che il “non finito” sembra essere la zona di comfort della nostra politica regionale e nazionale: un cantiere aperto è una promessa elettorale che si può rinnovare all’infinito; un’opera conclusa, invece, è una responsabilità da gestire.Dopo giugno, spenta l’ultima luce della speranza europea, ci resterà il solito panorama. Non avremo servizi migliori, non ci saranno strade più larghe e meglio asfaltate, nessun investimento per le rinnovabili in vista di nuove guerre. Non ci sarà la modernizzazione del sistema sanitario, visto che non ci sarà la conclusione del rinnovo di vecchi ospedali, né la costruzione di nuovi ospedali.Nessuno sviluppo per l’alta velocità ferroviaria o di miglioramento del trasporto pubblico locale. Non ci saranno nuovi asili nido, il rifacimento delle strutture scolastiche e il sostegno all’imprenditoria femminile per supportare meglio le famiglie. Non ci saranno interventi sulle case non cementate, si continuerà a vedere la facciata mattonata, piena di ferri, con balconi costruiti a metà e tetti mal richiusi. Perché quello che accade a livello nazionale è lo specchio di quello che esiste già a livello regionale.Non interverremo per ridurre il divario nord-sud, ma ci terremo stretto il nostro brand. Perciò, bentornati alla fiera del non finito. L’ingresso è gratuito, lo spettacolo è sempre lo stesso e il costo del biglietto è il nostro futuro.






