Rimini, 15 maggio 2026 – “Non ho un cognome. Non ho un indirizzo. Ho solo una fotografia. E pochi ricordi. Ma quei ricordi mi riportano tutti a Rimini”. Tatiana Ipatova oggi si chiama Tatiana Mishota. Ha 41 anni, vive a Traun, in Alta Austria, è sposata, ha due figli di 23 e 8 anni, lavora con i ragazzi ed è terapeuta del trauma. Ma dentro di lei c’è ancora una bambina di sette anni che nel giugno del 1992 arrivò sulla Riviera dalla Bielorussia, con uno dei programmi di accoglienza per i bambini di Chernobyl. La foto di Tatiana con i suoi ’fratelli’ riminesi
Cosa successe nel 1992
“Non capivo dove mi stessero portando. Piangevo sempre. Mi mancava mia madre e avevo paura di essere stata data via per sempre”. Prima il viaggio da Mozyr a Mosca, poi l’aereo per Roma, infine il pullman verso Rimini. La memoria conserva poco: la nausea, le lacrime, la paura.
Poi, all’improvviso, una casa. Una famiglia. Un gesto. “La sera vennero a prendermi. Mi regalarono una Barbie”. È lì che comincia la sua storia italiana. Tatiana non ricorda i nomi, ma ha a mente quello che l’infanzia sa salvare meglio degli archivi: “Un appartamento in un condominio, una stanza tutta per me, un balcone da cui si vedevano i tetti, le persiane alle finestre”. Ricorda due figli, un maschio e una femmina. Ricorda il mare raggiunto in auto, i vestitini comprati per lei, i calzini con le rouches, gli gnocchi al pomodoro. E poi un sapore che non se n’è più andato. “In quella casa ho assaggiato per la prima volta le cozze, il mio piatto preferito”.







