di

Giuseppe Di Bisceglie

I ricercatori hanno identificato quella che viene considerata la più antica evidenza di chirurgia cranica mai documentata in Asia Centrale e una delle più antiche dell’intero continente asiatico

Quattromila anni fa, nel cuore dell’Asia Centrale, qualcuno tentò di salvare la vita a un bambino aprendogli il cranio. È la scoperta eccezionale emersa dagli scavi archeologici di Djarkutan, nell’attuale Uzbekistan meridionale, ad opera degli studiosi dell’Università del Salento, della Termez State University e dell’Istituto Archeologico di Samarcanda. I ricercatori hanno identificato quella che viene considerata la più antica evidenza di chirurgia cranica mai documentata in Asia Centrale e una delle più antiche dell’intero continente asiatico.

La sepoltura, rinvenuta durante la campagna di scavo dell’aprile 2026, conteneva i resti di due bambini di circa tre e cinque anni, deposti fianco a fianco. Sul cranio di uno dei due gli archeologi hanno individuato segni inequivocabili di trapanazione: un’apertura praticata deliberatamente con strumenti in pietra o in osso, probabilmente nel tentativo di intervenire su patologie neurologiche, traumi o disturbi che oggi assoceremmo a epilessia ed emicranie.Una scoperta che sposta indietro di secoli le conoscenze sulle pratiche mediche dell’antica Asia. Fino a oggi, infatti, non erano note testimonianze così antiche di interventi neurochirurgici nell’area della Battriana. Il ritrovamento apre interrogativi profondi non soltanto sul livello delle competenze anatomiche raggiunte da queste popolazioni dell’Età del Bronzo, ma anche sul rapporto, probabilmente strettissimo, tra medicina, ritualità e dimensione religiosa.