Un ergastolo per le leggi razziali contro gli ebrei del 1938, due assoluzioni e un’amnistia. Questo l’esito del “processo”, postumo, a re Vittorio Emanuele III, celebrato ieri pomeriggio presso la sede della Fondazione Fulvio Croce, in pieno centro a Torino. Quattro i capi d’accusa, gravissimi agli occhi degli italiani e della storia: oltre alle leggi razziali, la responsabilità dell’entrata in guerra nella Prima guerra mondiale e dell’affidamento del governo a Mussolini dopo la Marcia su Roma nel 1922 (le due assoluzioni) e la gestione dell’8 settembre 1943, per cui ha avuto comminata l’amnistia. La sala, 70 posti, si riempie in fretta ed è strapiena: tanti i capelli bianchi, ma c’è anche qualche giovane. Sull’occhiello di alcune giacche campeggia la spilla con lo stemma sabaudo. Per la maggior parte, però, sono legali. L’evento, organizzato dal Centro Studi Vittorio Emanuele Orlando, permette, con la collaborazione dell’Ordine degli Avvocati, il riconoscimento di tre crediti per l’aggiornamento professionale. Per pochi minuti iniziali, in prima fila, siede anche il Procuratore della Repubblica di Torino, Giovanni Bombardieri. Di fronte al pubblico si stagliano un giudice, un avvocato per l’accusa, due per la difesa, un cancelliere. Cinque uomini in toga, nessuna donna. Così come tutti uomini i tre testimoni. L’accusa Prende subito la parola Nicola Lettieri, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, per l’accusa. «Oggi in quest’aula tentiamo un esercizio tra storia e diritto – spiega -; processeremo il re secondo il diritto pubblico vigente all’epoca dei fatti, ovvero secondo lo Statuto Albertino: utilizzando la procedura penale del 1988, non quella del 1930». Salvatore Sfrecola, ex magistrato della Corte dei conti, e Alessandro Sacchi sono gli avvocati per la difesa. Il secondo è presidente dell’Unione Monarchica Italiana. Il giudice è il procuratore Pierpaolo Rivello. Cancelliere l’avvocato Ottavio Tosco. I testimoni, i docenti Michele d’Elia (milanese) ed Ezio Sussella (torinese) si alternano a Gustavo Mola di Nomaglio, nobile di antico lignaggio sabaudo, che arriva a dichiarare, ironicamente, che: «purtroppo Vittorio Emanuele III non era un monarca assoluto, ma costituzionale…». La difesa In soldoni, alla fine del dibattimento, per la difesa: nel 1915 il re avrebbe potuto nominare Giovanni Giolitti primo ministro, neutralista. Invece chiama Antonio Salandra, interventista. Un colpo di mano? No, perché c’era la maggioranza parlamentare a favore del secondo. E certo, con Giolitti, non ci sarebbe stata la guerra contro l’Austria. L’incarico a Mussolini Nel 1922 il re non poteva non affidare l’incarico a Mussolini in marcia su Roma perché il pinerolese Facta, il predecessore, era di fatto dimissionario, autorizzato solo ad approvare le disposizioni correnti, non essendo nel pieno dei poteri per dichiarare il famoso “Stato di assedio”, tanto evocato dalla storiografia, che avrebbe evitato la nomina di Mussolini, arrestandolo. Inoltre, anche in questo caso, cattolici e liberali avrebbero potuto comporre un governo in maniera autonoma, senza fascisti. Le leggi razziali e la fuga Sulle leggi razziali: il re non poteva non firmare, perché il Capo di Stato approva le disposizioni provenienti dal governo e, sempre secondo lo Statuto Albertino, non avrebbe potuto rifiutarsi. Prove evidentemente non sufficienti, visto l’esito finale. Infine, la “fuga” a Brindisi l’8 settembre. Che fu un trasferimento protocollare necessario, e la difesa di Roma (e del Papa) non si sarebbe potuta effettuare con la presenza del re in città. Interventi altisonanti, battibecchi, battute, che si alternano a piccole performance. Infine l’accusa, portata in conclusione dall’avvocato Sacchi, di «aver colpevolizzato e discusso un re costituzionale che ha solo servito il diritto pubblico». La discussione non è finita: si sposta oggi alle 16, al Salone del Libro, in un incontro in Sala Rosa, padiglione 2.