«Una noiosa altalena tra condanne e assoluzioni». Sono amareggiati ma non sorpresi e parlano di costanti «contraddizioni», i tredici militanti di estrema destra - condannati a quattro mesi di reclusione, 200 euro di multa e al risarcimento di 3mila euro all’Anpi - davanti alle motivazioni della sentenza che, lo scorso dicembre, li ha ritenuti responsabili di apologia di fascismo. Un commento affidato a uno dei loro legali, Luca Procaccini, che aveva già annunciato ricorso e che oggi lo ribadisce senza mezzi termini: «È una notizia che non emoziona ma che affligge di noia e chiaramente ne riparleremo in Cassazione».
Al centro del procedimento il “presente” scandito in coro, da almeno quarant’anni, ogni 29 aprile per Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani. Una commemorazione che appartiene alla memoria di una parte politica e che nel tempo, come ricorda la difesa, si è anzi ripetuta con modalità via via meno impattanti. Ma per la Corte d’Appello di Milano, il raduno del 2018 è stato tutt’altro che una manifestazione pacifica. Nelle 25 pagine di motivazioni i giudici smentiscono la buona fede dietro al corteo per ricordare Ramelli - il giovane esponente del Fronte della Gioventù, ucciso nel 1975 a colpi di chiave inglese sotto casa, sferrati senza pietà da militanti di Avanguardia Operaia al culmine degli anni di piombo- ma di una manifestazione «idonea a creare consenso» attorno all’ideologia fascista. La Corte parte dal presupposto che la «chiamata del presente» e il «saluto romano» non siano simboli neutri, bensì «manifestazioni usuali del Partito fascista» e «immediatamente idonee ad evocarlo».








