La didascalia di “Mother Mary” reciterà pure che “questa non è una storia di fantasmi”, ma per David Lowery, che lo scrive e dirige, le storie d’amore sono sempre storie di fantasmi. Noi alla didascalia insomma non diamo retta, lui lo sa benissimo e ci ammicca sopra. Perché quella dei fantasmi è la linea rossa che percorre la maggior parte dei suoi film (facilmente suddivisibili tra quelli fatti su commissione e quelli realizzati su sua propulsione; one for me, one for them), con la messa in teorema del concetto in un’opera esemplare, A Ghost Story del 2017.In questa nuova pellicola, nelle sale dal 14 maggio, torna allora ai residui ectoplasmatici lasciati da un rapporto che fu e ora ha smesso di essere. Quello tra una diva della musica pop (Anne Hathaway; chi altri se no? Nel 2026 ha cinque film in uscita) e la sua ex amica e collaboratrice, e forse pure qualcosa di più, Sam (Michaela Coel), divenuta stilista elegante ed esclusiva. La prima torna praticamente strisciando dalla seconda; sono dieci anni che non si vedono. Struccata, assediata dalle paranoie, un’ombra della versione deificata e glorificata che sale sui palchi. Ha bisogno di un vestito per il grande ritorno sulle scene dopo un periodo di fermo forzato, un vestito in cui tornare a identificarsi e che solo Sam, che l’ha conosciuta per davvero, può realizzare.Un’opera esteticamente ambiziosaIl rovesciamento del rapporto di forza è da subito evidente: l’icona può essere restaurata per davvero solo dal pennello che l’ha affrescata la prima volta. Ma quella del dualismo tra sacro e profano, tra artefice ed esecutore, tra arte e mestiere, è faccenda che a Mother Mary interessa tuttavia in maniera limitata. Anche a costo di lasciare fuori dal palcoscenico alcuni gradi in più di riflessione su come questo dualismo si configuri oggi. È piuttosto una questione di forme in cui incapsulare un confronto inatteso e drastico, il sentimento decaduto tra due figure che vivono di egoismi e vanità.Lowery è un regista tremendamente seducente e al film non manca di certo una spiccata ambizione visiva ed espositiva che non teme di caricarsi fino ad accumulare atmosfere e tensioni. I simboli, palesi e disseminati ovunque, non sono il punto. Sono la grammatica che le due conoscono e con cui discutono l’inasprimento del sentimento che un tempo le legava. E per rimando è la grammatica attraverso cui Lowery visualizza la frattura.Un sentimento tra glamour e terrore cosmicoFessure e porte sono dopotutto le immagini più ricorrenti e ribadite dall'autore, che governa registri e toni con grande senso di continuità estetica e scenografica. Il grande tallone d’Achille di opere come Mother Mary è infatti quello di restare impantanate nella conformazione del teatro, nel flusso delle parole, all’eccessivamente verboso. Di ridursi alla schermaglia con il rischio di avere in serbatoio poco propellente – efficace in questo caso la stilizzazione dei caratteri: Sam sicura, lucida e feroce nel suo nuovo ruolo di burattinaia, la cantante invece prosciugata e remissiva fino ad affidarsi ai gesti per esprimere concetti che le restano stretti in bocca.Nell’istante in cui ci si inizia a domandare se sia tutto qui, confinato nel confronto tra le mura ombrose del laboratorio della stilista, Mother Mary espande i confini fisici – che sono, ovviamente, pure quelli mentali. Vede intervenire una metamorfosi che amplia quella varietà di forme con cui identificare il solco inferto tra le due donne. L’agitazione di fondo resta invariata, ma le rappresentazioni del contemporaneo – l’icona di una popstar che prende dalle immagini di Taylor Swift, Beyonce, Lady Gaga, dai testi di FKA Twig e Charli XCX, dal producer Jack Antonoff; poi lo spiritismo di tavole ouija e medium – si mescolano in un affascinante intreccio dove la perdizione interiore scivola nel terrore e nell’orrore cosmico; fondamentale il lavoro della scenografa Francesca Di Mottola, della costumista Bina Daigeler e della stilista Iris van Herpen.Il punto di sutura sta nel perturbante di un’entità manifestata poco alla volta – eccolo il fantasma – e che ha la forma di un tessuto rosso, materializzazione ipnotica e saffica dello shock attorno alla quale Lowery allestisce una sequenza di 15 minuti da cui è impossibile staccare gli occhi di dosso (il regista cura da sé anche il montaggio, a cui è da fare un plauso).Magari, anzi sicuramente, è molto meno cerebrale di quel che può sembrare, e questo potrebbe fargli beccare accuse di pretestuosità virtuosistiche. Eppure in Mother Mary c’è una spirale in cui lasciarsi risucchiare, un vertiginoso senso di sradicamento che percorre dal basso verso l’alto.Voto: 7undefined
"Mother Mary" è un film da cui lasciarsi risucchiare (tra musica pop, amore e fantasmi)
David Lowery scrive e dirige un film tra sentimento e terrore cosmico, con protagoniste assolute Anne Hathaway e Michaela Coel.








