L’Italia resta solida, ma vulnerabile alla guerra nel Golfo Persico. «Il risanamento del bilancio italiano è sulla buona strada», scrivono gli analisti di S&P Global Ratings nel confermare il rating sovrano del Paese. Un mantenimento della tenuta dei conti pubblici che poggia su una resilienza fiscale significativa. La decisione dell’agenzia statunitense mantiene il merito di credito a BBB+ con outlook positivo e giunge in un momento di vasta volatilità geopolitica. E ne deriva che la capacità di Roma di ridurre l’indebitamento netto si scontra con le incognite globali. S&P scommette su un deficit in calo al 2,9% nel 2026, premiando le scelte del governo, pur avvertendo che il sentiero rimane stretto. Il verdetto di S&P riflette un cauto ottimismo basato su indicatori macroeconomici in grado di mostrare una resistenza strutturale dell'economia italiana superiore a quanto previsto dai modelli econometrici. Gli esperti dell'agenzia sottolineano come il Paese sia riuscito a navigare le acque agitate dell'incertezza legata ai dazi commerciali imposti dagli Stati Uniti. L'Italia registra surplus netti delle partite correnti capaci di sostenere la ricchezza privata e migliorare la posizione creditoria verso l'estero. La stabilità del giudizio poggia sulla previsione di un calo del deficit di bilancio, stimato sotto al 3% per l'anno in corso e destinato a scendere grazie a una combinazione strutturata di entrate straordinarie e riforme. S&P evidenzia che il gettito derivante dalle imposte su banche e assicurazioni, unito a un'applicazione rigorosa dell'imposta sul valore aggiunto e alle nuove norme sulla tassazione degli affitti brevi, garantirà le coperture necessarie. Tali fondi compenseranno i tagli alle imposte per i redditi medi, la riduzione dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro e il sostegno ai ceti meno abbienti. Questo equilibrio interno appare in ogni caso fragile di fronte alle pressioni esterne e il debito pubblico inizierà una discesa palese solo verso il 2028, lasciando uno spazio di manovra ridotto in caso di nuovi shock. L’ombra del conflitto in Medio Oriente si allunga sui calcoli delle agenzie di rating e agisce da catalizzatore di incertezza in grado di deragliare il percorso di consolidamento intrapreso. Lo scorso 17 aprile Dbrs Morningstar aveva confermato il rating dell'Italia a un livello A con tendenza stabile, ma il rapporto conteneva avvertimenti espliciti sui rischi legati alla domanda interna. Gli analisti di Dbrs hanno evidenziato che le ricadute della guerra rischiano di pesare sui consumi e frenare la crescita nel breve periodo, data la dipendenza dell'Italia dalle importazioni di energia. La crescita economica, definita moderata ma resiliente, deve affrontare venti contrari derivanti dai prezzi energetici elevati e da un clima di sfiducia capace di minare gli investimenti di imprese e famiglie. Il consolidamento fiscale prosegue in linea con gli obiettivi governativi, eppure il perdurare delle ostilità pone rischi concreti per l'esercizio 2026. Una variabile geopolitica pura si trasforma in un fattore di rischio finanziario diretto per la sostenibilità dei conti pubblici italiani, obbligando il Ministero dell'Economia a mantenere una sorveglianza altissima sulle dinamiche inflattive e sui costi di approvvigionamento su scala internazionale. Le analisi di Moody’s aggiungono una complessità inedita a questo quadro e delineano scenari legati a doppio filo all'evoluzione diplomatica e militare nel Golfo. Nel rapporto Global Macro Outlook, l’economia italiana viene accreditata di una crescita dello 0,4% nel 2026 all'interno di uno scenario centrale basato su una navigazione condizionata attraverso lo Stretto di Hormuz per gli importatori di energia asiatici. Si tratta della crescita più bassa tra tutti i Paesi del G20, fatta eccezione per l'Arabia Saudita. In caso di una intesa diplomatica, definita scenario ottimistico, il prodotto interno lordo potrebbe salire dello 0,6%. L'ipotesi di un nuovo scontro militare porterebbe al contrario l'Italia in territorio negativo con una contrazione dello 0,3% causata dal collasso di una fragile tregua. Questa dipendenza dalle rotte commerciali e dai prezzi delle materie prime rende l’Italia un osservato speciale a livello europeo insieme alla Germania. Berlino è prevista in crescita tra lo 0,7% e l’1,0% a seconda dei contesti, per poi crollare a -0,3% nell'ipotesi peggiore. Moody’s avverte che i negoziati complessi e i blocchi navali minacciano la stabilità globale ed espongono l'Europa a un rischio di stagflazione pronto a soffocare la ripresa industriale e costringere le banche centrali a un rialzo del costo del denaro. Anche l'economia degli Stati Uniti risulta vulnerabile in tale scenario di crisi prolungata, con stime di crescita tagliate all'1,9% e un rischio di frenata all'1,5% con inflazione al 3%. In questo perimetro di monitoraggio continuo si inserisce la posizione di Scope Ratings, la quale lo scorso 24 aprile ha mantenuto il rating a lungo termine dell'Italia a BBB+ con outlook positivo. La convergenza delle maggiori agenzie verso una valutazione di stabilità con prospettive di miglioramento indica che i fondamentali economici del Paese godono di una fiducia solida e diffusa. Il debito elevato rimane un punto di attenzione ineludibile per i mercati internazionali, ma la capacità del sistema produttivo italiano di adattarsi ai cambiamenti delle catene di approvvigionamento globale e mantenere una posizione netta sull'estero in attivo costituisce un baluardo contro l'aumento dei tassi di interesse. La sfida per l'esecutivo risiede ora nel preservare questo delicato equilibrio mentre le tensioni tra Stati Uniti e Iran continuano a generare onde d'urto sui mercati dei prodotti alimentari ed energetici. Se il bilancio pubblico appare protetto nel breve termine da riforme tecniche e introiti fiscali certi, la prospettiva di lungo periodo dipende dalla abilità strutturale di stimolare la crescita in un ambiente globale descritto dagli analisti come aspro e privo di certezze. L'Italia si trova a un crocevia strategico, forte di un riconoscimento della propria disciplina fiscale da parte di S&P. Virtuosismo che deve fare i conti con una geografia dei conflitti in grado di riscrivere le stime di crescita e deficit in pochi mesi di escalation militare.