Per la prima volta un giudice federale americano mette nero su bianco che le sanzioni imposte dall'amministrazione Trump contro Francesca Albanese rischiano di violare la libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento della Costituzione statunitense. Non è ancora la sentenza definitiva, ma la decisione del tribunale distrettuale di Washington rappresenta già una battuta d'arresto pesante per la linea adottata dalla Casa Bianca contro una delle voci più critiche e autorevoli nei confronti del genocidio a Gaza e delle politiche del governo di Benjamin Netanyahu.

Il giudice federale Richard Leon ha sospeso temporaneamente le misure restrittive varate nel 2025, ritenendo che le sanzioni colpiscano direttamente le opinioni e le dichiarazioni pubbliche della relatrice ONU più che reali questioni di sicurezza nazionale. In altre parole, secondo il tribunale, il governo americano avrebbe usato uno strumento pensato per la pressione internazionale come leva politica contro una posizione sgradita.

Le misure restrittive contro Francesca Albanese sono maturate al culmine di mesi di crescenti tensioni tra Washington, Israele e il mandato della Relatrice speciale delle Nazioni Unite. All'origine dello scontro vi è l'attività documentale e istituzionale della giurista che, nei suoi rapporti ufficiali, ha denunciato crimini di guerra e atti di genocidio nella Striscia di Gaza, sollecitando l'intervento della Corte Penale Internazionale (CPI) anche nei confronti dei vertici del governo israeliano. In risposta a queste posizioni, l'amministrazione Trump ha deciso di includere Albanese nel perimetro dell'Ordine Esecutivo 14203. Si tratta dello strumento giuridico con cui gli Stati Uniti hanno autorizzato sanzioni contro chiunque sostenga o favorisca le indagini della CPI rivolte a cittadini americani o a esponenti di Paesi alleati, con un riferimento esplicito a Israele. L'inserimento in questa "lista nera" ha prodotto effetti immediati e devastanti nella sfera privata e professionale della Relatrice. Le restrizioni non si sono esaurite in una condanna simbolica, ma sono sfociate in un isolamento finanziario pressoché totale. Sebbene il provvedimento sia stato emanato dalle autorità di Washington, la centralità del dollaro e del sistema bancario statunitense ha prodotto un blocco di riflesso su scala globale: la chiusura o il congelamento dei conti correnti, l'impossibilità di gestire la propria abitazione nella capitale federale e una serie di paralizzanti ostacoli logistici. Di fatto, l'amministrazione ha utilizzato un dispositivo nato per la protezione della sovranità nazionale come un mezzo di pressione diretta per colpire l'agibilità di un alto funzionario internazionale.