Diciassette anni fa la Apple pensò una delle pubblicità più citate della sua storia. “Se vuoi sapere quanta neve c’è in montagna”, diceva una voce fuori campo, “c’è un’app per questo. Se vuoi calcolare le calorie del tuo pranzo, c’è un’app per questo. E se non ti ricordi dove hai parcheggiato l’auto, c’è un’app anche per questo. Sì, c’è un’app praticamente per tutto, solo nel tuo iPhone”.

There’s an app for that diventò un tormentone. Rese app una parola di uso comune, ma soprattutto rafforzò l’idea che lo smartphone fosse uno strumento utile per qualsiasi cosa, dal chiamare un taxi al controllo della propria salute.

Oggi una variante di quello slogan potrebbe essere there’s a coach for that. Queste figure – un po’ consulenti, un po’ guide, un po’ mentori – coprono una marea di ambiti: c’è la life coach (per aiutarti a capire cosa vuoi dalla vita e come raggiungerlo), il coach per neogenitori, per chi sta divorziando, quello per chi deve integrarsi in un paese, la coach per chi è andato in esaurimento nervoso, per chi è in crisi di mezza età, per le squadre sportive, per figli di genitori anziani, per chi ha una malattia grave.

I primi cinquant’anni della Apple

Negli Stati Uniti vanno particolarmente bene i career coach, anche con gli studenti universitari. Davanti alle prospettive grigie del mercato del lavoro, spiega il settimanale Bloomberg Businessweek nella sua copertina di questa settimana, le famiglie che se lo possono permettere spendono migliaia di dollari – in alcuni casi decine di migliaia – per affidare i figli e le figlie ventenni a questi mentori per la carriera, anni prima che la loro carriera cominci.