Di recente la startup californiana R3 Bio ha fatto un passo indietro. L’impronta è nell'homepage del suo sito: "Abbiamo notato la recente copertura mediatica sensazionalistica. Tale attenzione non è da noi auspicata. R3 Bio lavora con strutture microscopiche in colture cellulari. Non produciamo le strutture su larga scala che vengono mostrate dai media. Non lavoriamo con primati vivi”. Questa dichiarazione è stata pubblicata dopo un’inchiesta dell’MIT Technology Review condotta dal giornalista Antonio Regalado che avrebbe svelato un’ambizione destabilizzante, smentita dalla stessa startup: il trapianto completo del corpo o del cervello, un tentativo per stretchare la vita umana fino all’immortalità. Prima del dietrofront, le intenzioni di R3 Bio sembravano più pacate: in un’intervista rilasciata a Wired a marzo scorso, la co-founder Alice Gilman dichiarava che disporrebbero di tecnologie mai viste prima per creare un’alternativa etica alla sperimentazione animale. Sacchi di organi privi di cervello: niente cervello significa niente sofferenza, il che renderebbe plausibile (forse) ripensare questa stranezza nei termini di una vera soluzione. In Italia gli ultimi dati sulla sperimentazione animale diffusi dal Ministero della Salute risalgono al 2023: seppure in calo dal 1999, sono stati circa quattrocentomila i primati non umani utilizzati a scopi di ricerca, con un aumento non banale delle specie coinvolte. Anche spigole e tacchini. In un articolo pubblicato sulla piattaforma b2b MedTech Spectrum, Gilman liquida le alternative -dalla sperimentazione in vitro alle opzioni basate sull'intelligenza artificiale- proposte dalla Food and drug administration (FDA) per evitare l’utilizzo di modelli animali: “Non siamo pronti”, scrive.Al momento non esistono organoidi veritieri o organi su chip capaci di riprodurre la complessa e sfuggente biologia umana: nei primi non scorre sangue e non c’è risposta immunitaria, i secondi possono sì imitare il flusso sanguigno o simulare una reazione al taglio, ma con evidenti limiti. Eppure, uno studio molto articolato sugli organoidi pubblicato su Nature nel 2022 non nascondeva l’entusiasmo per la loro promettente applicazione nello studio dei tumori e sui test di tossicità dei farmaci; ma nel suo articolo Gilman ci tiene a sottolineare come avesse superato la fase I degli studi clinici meno del 5% dei farmaci testati su organoidi. Ciò che non fanno i modelli basati su AI e in vitro è considerare il corpo umano come sistema. Ed è più o meno in un’ottica sistemica che andrebbero viste anche le tre R della startup di San Francisco (con una seconda sede in arrivo a Porto Rico), simbolo di un principio internazionale a difesa della dignità animale: Replacement, Reduction, Refinement (sostituzione, riduzione, perfezionamento, ndr) introdotto nel 1959 dagli scienziati britannici Burch e Russell, secondo cui utilizzo e sofferenza non sono sempre inevitabili. L’ambiguità del come andrebbero creati i sacchi di organi senza cervello fa scattare l’alert delle questioni etiche.Articoli più lettiSembrerebbe indispensabile l’utilizzo di cellule staminali della pelle combinato a riprogrammazioni genetiche. Staminali, perché? Per la loro totipotenza: la capacità di autorinnovarsi in qualsiasi altro tipo di cellule o tessuti corporei. Più nello specifico sarebbero le pluripotenti indotte a fungere da start per la potenziale creazione dei sacchi, una volta trasformate in strutture simili a embrioni. La modifica genetica ne bloccherebbe lo sviluppo cerebrale, lasciando che l’embrione sintetico possa sviluppare tutti gli altri organi. Tre anni fa in Cina fu condotto un esperimento a partire dalle cellule staminali dei macachi, coltivate in vitro e poi trasferite nell’utero di otto esemplari femminili: il trapianto in vivo aveva innescato gravidanze precoci fornendo modelli alternativi per lo studio dello sviluppo embrionale. Nel paper pubblicato su Cell Stem Cell si legge che, per quanto fossero già stati creati anche dei blastoidi umani (sempre a partire dalle cellule staminali pluripotenti, ma delle persone) il trapianto in vivo era eticamente fuori discussione. E qui torniamo a R3 Bio e allo pseudo veniamo in pace nell’homepage del suo website: la startup californiana vorrebbe replicare la soluzione dei sacchi di organi privi di cervello anche per gli esseri umani. La coscienza di Zero. Tralasciando gli intenti inquietanti (e irrealizzabili) nel campo della longevità, ciò garantirebbe un plot twist al problema mondiale del trapianto di organi e della vendita illegale: anche in Italia la scarsità di donatori resta un fenomeno irrisolto, sebbene il report preliminare del Centro Nazionale trapianti descriva il 2025 come un anno record, con un aumento delle donazioni (+3,2%) soprattutto in Toscana, Veneto e Piemonte, e dei trapianti (+1,2%) rispetto all’anno precedente. La zona d’ombra è ancora la scarsa informazione, che ha spinto i ragazzi tra i diciotto e i trent’anni a negare il consenso alla donazione durante il rilascio della carta d’identità elettronica. "Purtroppo tanti pensano che in caso di incidente o malore i medici di sicuro non ti salvano. O fanno il meno possibile apposta, proprio per prenderti gli organi”, un’assurda verità condivisa da un utente su Reddit. Pur essendo una soluzione ancora piuttosto volatile, lo xenotrapianto tenta d’inserirsi nel gap-fessura di domanda e offerta di organi impiantando nel corpo umano reni, fegato e cuore di altre specie, in particolare maiali geneticamente modificati. Un organo di per sé già difficile trapiantare da uomo a uomo, xenotrapiantato per la prima volta, è stato un polmone. È successo due anni fa: il paziente era cerebralmente morto, e l’organo ha funzionato per nove giorni prima di essere stato attaccato dal suo sistema immunitario.Articoli più lettiBrainless longevityIn questi anni R3 Bio ha ricevuto finanziamenti di un certo spessore, ma non a supporto della giusta causa del trapianto di organi. Come riporta Wired nell'articolo sopra menzionato, la startup ha tre importanti investitori: Immortal Dragons, LongGame Ventures e il miliardario Tim Draper. Hanno tutti un solo e sacro interesse: la longevità (non a caso una cosa da ricchi). Sembrano non esserci prove del fatto che la startup abbia avviato delle sperimentazioni e clonato degli esseri umani, ma gli interrogativi etici sono piuttosto incandescenti, soprattutto se la creazione di sacchi di organi privi di cervello può potenzialmente riguardarci. Intanto vale la pena interrogarsi sulla separazione netta tra identità biologia e identità mentale: «Senza cervello il corpo diventa solo un gruppo di organi, un ammasso di cellule. Il cervello è infatti fondamentale per un concetto di identità che abbia senso. Senza non possiamo esperire nulla e non possiamo percepire noi stessi come un “io”», dice Francesca Minerva, professoressa associata del dipartimento di filosofia dell’Università Statale di Milano. In un articolo pubblicato sull'MIT Technology Review i tre autori, tra cui il bioeticista H.T. Greely dell’Università di Stanford, hanno scritto a proposito di futuri bodyoidi: cloni umani desensibilizzati, originati a partire dalle cellule staminali senza coinvolgere le donne (in quanto persone viventi) nella gestazione. La loro ipotetica creazione resterebbe circoscritta alla possibilità di testare l’efficacia dei farmaci o al fatto di diventare, appunto, potenziali miniere di organi e tessuti da trapiantare nei pazienti. Quest’ottimismo andrebbe però modulato sull’equilibrio di due fattori allo stesso tempo variabili e determinanti: il consenso e il disgusto. Il primo riguarda lo step di partenza, perché le cellule staminali possono essere prelevate solo da persone che hanno dato il loro assenso e che sono consapevoli di come saranno utilizzate. Sul disgusto il punto riguarda, in estrema sintesi, la reazione di shock che l’esistenza di questi cloni umani non senzienti potrebbe generare nelle persone. «La ragione deve aiutare a superare una reazione immediata e di pancia, o quantomeno farci capire che le nostre reazioni di disgusto non sono necessariamente una buona euristica per la morale». Minerva fornisce una spiegazione multi prospettica, caleidoscopica, e tira in ballo il bioeticista L. Kass per un’interpretazione più conservatrice del disgusto, da vedere come un campanello d’allarme che spinge a riflettere sulla moralità delle pratiche che fanno sì che le persone ne provino. C’è poi il grande tema della sofferenza. «Che non possiamo infliggere, né tantomeno possiamo violare le preferenze di individui senzienti che hanno un interesse a non provare alcun dolore», un punto di vista morale che prescinde dalla specie di appartenenza: «Ci comportiamo in modo etico nei confronti degli altri non perché appartengono a una specie meritevole di rispetto, ma perché riconosciamo il loro interesse affinché le loro preferenze siano rispettate. Un’eventuale violazione costituirebbe il superamento di una linea invalicabile, ma la creazione di organi umani o di corpi interi senza cervello non infrange questo principio». Minerva rimarca l’importanza di minimizzare il dolore: per quanto possa sembrare fantascientifico o grottesco, l’utilizzo di cloni non senzienti, che condividerebbero lo stesso dna dell’uomo e sarebbero perciò da considerare esseri umani, resterebbe l’opzione migliore. Certo, dipende sia da quali sono le intenzioni sia dal fatto che tale possibilità non finisca col rappresentare un crimine morale: «Qualcuno verrebbe sfruttato per creare questi corpi? Siamo sicuri che queste pratiche assicurerebbero la totale mancanza di senzienza? La loro implementazione avrebbe un impatto negativo su qualcuno? Se queste condizioni, e potenzialmente anche altre, fossero soddisfatte, non avremmo ragione di condannare questa pratica», spiega Minerva.L’ispirazione per questi cloni umani non senzienti proverrebbe da una malformazione congenita, conosciuta con il nome di idranencefalia, che consente ai bambini nati con un minuscolo accenno cerebrale di sopravvivere appena. La ricerca sulla e della longevità preme spesso sull’acceleratore anche quando la macchina è in folle. È solo un’illusione di velocità. Cosa ci sembra più importante oggi per una vita, allungarla o salvarla? Non si è mai sicuri di se l’obiettivo sia stupirsi o esorcizzare la natura biologica del nostro corpo: per i più ossessionati (potremmo geolocalizzarli quasi tutti nella Silicon Valley, dove c’è una forte proliferazione di startup attive nel longevity biotech), un’ambiguità del genere resta comunque funzionale al tentativo. Ma il tentativo è sempre più superficiale rispetto al sacrificio, a meno che non sia a lungo termine: pensiamo a Bryan Johnson e al suo progetto Blueprint, un mix di integratori, flessioni, ore di sonno, tracking medici, calorie ridotte all’osso. E intelligenza artificiale, che sta addestrando ad hoc su di sé: per Johnson, l’immortalità è nell’esistenza. Il vero obiettivo della longevità consiste nell’estendere la durata della vita in buona salute, tardando il più possibile l’insorgenza delle malattie croniche legate all’età avanzata. Tocca citare uno studio pubblicato quest’anno su npj Aging di Nature che difende l’idea di un invecchiamento sano anziché posticipato, smentendo l'idea che sia legato alla cattiva salute come, in genere, si crede. L'accezione della longevità più presa in considerazione è ancora quella di sfida: vivere dopo essere morti, vivere fino a centocinquant’anni -entrambe aspirazioni (per chi?) piuttosto discutibili. Sebbene la crioconservazione rappresenti un’opportunità rivoluzionaria per alcune branche della medicina, da quella dei trapianti fino alla riproduttiva (pensiamo al congelamento degli ovuli o dello sperma), applicata alla longevità tende a deviare più nell’esorcismo scientifico come rimedio alla durata della vita: “purché esista” anziché “purché funzioni”. Il congelamento immediato dei corpi umani dopo il loro decesso, fasciati nell’azoto liquido e conservati in camere criogeniche a una temperatura di -196°C è ormai possibile anche in Paesi europei come Svizzera e Germania: per evitare che la formazione di cristalli di ghiaccio danneggi le cellule vengono iniettati crioprotettori come il glicerolo; il risultato è la vitrificazione, un processo nato tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta che consiste nel raffreddamento rapido del corpo e che impedirebbe alle vene di dilatarsi per il freddo e scoppiare. Come spiega uno studio pubblicato lo scorso anno su Nature, oggi la sostituzione di organi e tessuti biologici o sintetici costituisce una possibilità concreta contro l’invecchiamento. La sostituzione biologica si basa sul già citato xenotrapianto, terapie cellulari, utilizzo di tecniche di biostampa 3D; quella sintetica prevede l’integrazione di protesi e di interfacce cervello-macchina per far fronte alle carenze di tipo cognitivo oppure fisico. Se un giorno saranno mai davvero dimostrate, le intenzioni della startup R3 Bio nell’ambito della longevità potrebbero macchiare una medicina sostitutiva che si presenta immacolata. Del resto, l’idea di un potenziale trapianto completo del corpo o del cervello in un clone più giovane vanifica il discorso appena fatto sulla presunta innocenza dell’invecchiamento, proprio perché ne rende necessaria l’eliminazione. Un corpo-trasloco fatto come se non ci fosse niente di vissuto, niente da portarsi dietro. Un trasloco anomalo.Articoli più lettiCapire il dannoI sacchi di organi non senzienti ipotizzati dalla startup R3 Bio contengono un interrogativo etico finale: che cos’è la dignità umana in assenza di funzioni cognitive? Può comunque esistere? «Dipende dall’approccio teorico di riferimento. Un cattolico direbbe, per esempio, che la vita umana ha dignità intrinseca a prescindere dalle capacità cognitive dell’individuo in questione, o anche dal suo avere un cervello. Però è un concetto molto vago, può essere declinato in modi molto diversi e a volte in contraddizione tra loro» spiega Minerva, che piuttosto solleva un altro interrogativo, l’ultimissimo: dovremmo casomai chiederci se un corpo umano clonato, privo di qualsiasi possibilità di poter sviluppare una sua coscienza, possa mai subire un danno. «C’è qualcosa di immorale nel creare un corpo senza cervello? Se non c’è un individuo con le capacità minime, necessarie per provare sofferenza o per avere un qualsiasi interesse, ecco che diventa difficile spiegare chi sia stato danneggiato e perché sia stato fatto qualcosa di immorale». Paradossale che l’inesistenza porti sempre a scervellarsi.
La startup che vuole coltivare sacchi di organi senza cervello e il rischio di separare l'identità biologica dall'identità mentale
Le questioni etiche sono tutte da discutere e ne abbiamo parlato con Francesca Minerva, professoressa associata del dipartimento di filosofia dell’Università di Milano






