I veri comici, si sa, sono quelli involontari. Ne abbiamo avuto una prova con il Ministero dei Trasporti e con il suo piccolo rettangolo di plastica autoadesiva che deve essere incollato sul parafango di un monopattino elettrico. Alias “targhino”.

Entro il 16 maggio, pena una multa fino a quattrocento euro, il contrassegno è obbligatorio, ma – come ha elegantemente segnalato Assoutenti al Ministero dei Trasporti – si stacca. Si deteriora. Se lo metti storto, addio per sempre.

Il bello è che non si tratta di un difetto di fabbricazione qualsiasi. È un capolavoro di progettazione all’italiana. Prima di tutto, per far aderire questa benedetta etichetta, il parafango posteriore o il piantone dello sterzo devono essere «perfettamente puliti, sgrassati e asciutti». Condizioni che, nella vita reale di chi usa il monopattino per andare al lavoro schivando buche e motorini, si verificano con la stessa frequenza di un’eclissi totale di luna.

Le superfici, poi, sono curve, ruvide e porose. Risultato: l’adesivo non si attacca. Si appoggia. Fluttua. Minaccia di volarsene via al primo colpo di vento, come un post-it. Ma il vero genio sta nella posizione prescelta: sul parafango posteriore. Lì, dove il monopattino vibra come un martello pneumatico, dove schizza fango, dove piove, grandina, dove le temperature passano dal Polo Nord al Sahara nel giro di una mattinata romana. L’etichetta, poverina, resiste poco. Si sbiadisce. Diventa illeggibile.