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Solo Zeus poteva ricondurli a più miti pretese. Il signore dei fulmini e dei tuoni aveva fatto saltare il generatore degli U2 a metà delle riprese del video di “Street of Dreams” nel cuore di Città del Messico. Così la band, che troneggiava sul tetto di uno scuolabus graffitato dall’artista Chavis Mármol, era stata costretta a riparare in un edificio all’angolo di Plaza de Santo Domingo. Anzi, a interrompere il frugale pranzo di una famiglia al secondo piano, occuparne il balconcino e da lì suonicchiare “Vertigo” e “Desire” per i fans inzuppati di pioggia.

Un “momento Spinal Tap”, ha commentato qualcuno sui social. Che riconferma l’efficacia di una strategia “back to the roots”, un ritorno alle radici, alla prossimità persino fisica con i quattro irlandesi. Superstar? Ovvio. Ma la residency alla Sphere di Las Vegas, tra prezzi astronomici ed effetti visuali immersivi ultratech impossibili da replicare altrove (se non con un’abbuffata di sostanze psicotrope) aveva allontanato gli U2 dalla sensazione di essere ancora street level come ai tempi in cui, da ex adolescenti post-punk erano divenuti i cantori del rock dell’impegno, sempre in prima linea per qualunque buona causa globale.