Il 14 maggio 1946 Pietro Ferrero depositava alla Camera di Commercio l’atto costitutivo dell’industria che, col cognome di famiglia, avrebbe portato la dolcezza italiana nel mondo. Insieme alla moglie Piera, già da quattro anni portava avanti la pasticceria in via Maestra ad Alba: anni segnati dal conflitto, tempi duri tra paura e ristrettezze, anni in cui trovare anche gli ingredienti più basilari era complicato, quasi impossibile. Pietro aveva continuato a sperimentare in laboratorio modi per addolcire il gusto amaro della guerra. In suo soccorso c’era il territorio ricco di nocciole, e dal laboratorio usciva la “Pasta Gianduja” avvolta in carta stagnola da tagliare a fette, ben più economica del cioccolato ma altrettanto gustosa.

La duplice intuizione di un ingrediente base a minor costo e vendita anche in piccole quantità decretò il primo successo, tanto che in quello stesso anno la produzione passò da tre quintali a oltre mille. Alba iniziava ad andare stretta. Fu Giovanni, il fratello minore, ad avere l’idea di saltare i grossisti a favore di camioncini propri marchiati Ferrero: una piccola flotta di dodici mezzi iniziava a distribuire la Pasta Gianduja. Anni dopo il parco mezzi sarebbe stato secondo solo a quello dell’esercito italiano. Col ritorno della pace si guardava al futuro con ottimismo, ma il 4 settembre 1948 la natura si rivelò matrigna. Una feroce alluvione colpì la fabbrica, sommergendo i macchinari di fango. Tutto sembrava perduto, fin quando i dipendenti si strinsero intorno ai fratelli Ferrero per spalare melma e detriti per giorni.