Il mercato del podcast italiano ha bruciato una stagione di ottimismo – investimenti delle piattaforme di streaming, scommesse sui grandi nomi, la promessa che il formato avrebbe replicato le logiche televisive – e ne è uscito più consapevole di sé. Giulio Gaudiano, presidente di Assipod, l’associazione italiana del podcasting, osserva il settore da un posto privilegiato: quello di chi ha cercato, negli ultimi cinque anni, di dargli una forma, anche di “istituzionalizzarlo”. Il podcast tiene perché è identitario, dice. “Ti affezioni alla voce, all’autore, a quel modo di raccontare una storia”. E’ un legame che gli algoritmi non possono riprodurre.“Fino al 2019 il podcast cresceva senza investimenti. Poi i player delle piattaforme di streaming hanno capito che potevano avere una materia prima a basso costo, e i soldi sono entrati nel sistema. Ci si è sperato: ora esplode. Ma tra il 2019 e il 2023 questa idea cominciava già a scricchiolare”. Il 2024 ha sancito il passo indietro, con le grandi piattaforme come Spotify che hanno ridotto le scommesse editoriali. “Hanno capito che le logiche della pianificazione pubblicitaria televisiva sul podcast non funzionavano”. E quindi? Oggi i modelli che reggono sono tre, secondo Gaudiano: il branded podcast, dove una casa di produzione mette insieme più committenti per finanziare un progetto; l’editore tradizionale che integra il podcast nella propria offerta, come fa il Post, perché i podcast creano un legame più intimo e personale di ciò che fanno testo scritto o video da soli; e l’indipendente che vive di micro-comunità, sostenuto da piattaforme come Patreon. E poi, aggiunge, c’è anche un modello che è quello di Vois, un network che aggrega creator indipendenti sotto un brand comune, consentendo loro di accedere a campagne pubblicitarie altrimenti irraggiungibili.La misurazione è ancora il nodo irrisolto del settore? “Viva la mancanza di dati di ascolto”, sostiene Gaudiano. “Così non sei portato a giudicare un prodotto per quanto è seguito, come accade sui social. Non c’è falsificazione, non c’è acquisto di ascolti, non ci sono bot. Basta una persona dall’altra parte per cui il tuo podcast produce realmente valore”. I dati di industry, dice, servono ad attirare investimenti. Ma i podcast che funzionano, nella sua visione, sono quelli costruiti sull’affezione diretta: identitari, appunto.Anche la politica italiana, coi suoi tempi, ha scoperto il podcast. “Il Fienile” di Luca Zaia, i podcast di Vannacci e quello di Giuditta Pini. Soprattutto l'intervista di Giorgia Meloni a Pulp Podcast di Fedez, diventato caso di studio. “Meloni è riuscita a dominare lo spazio che la ospitava, cosa che in tv è quasi impossibile”, dice Gaudiano. “Lo stesso motivo per cui Trump andava da Joe Rogan: farsi sentire più vicino alle persone”. Ma l’intervista a Meloni ha mostrato i limiti strutturali del formato: assenza quasi totale di domande di follow-up, lo scambio trasformato in una serie di assist, il problema del contraddittorio. Il podcast politico è giornalismo o comunicazione? Chi ha responsabilità editoriali quando un podcaster intervista un capo di governo? “Come associazione ci siamo posti cinque anni fa l’obiettivo di arrivare, dopo dieci anni, al riconoscimento della figura del podcaster con una sua specificità e anche con una maggiore responsabilità. Mentre oggi c’è di tutto”.Cosa manca all’Italia per avvicinarsi al modello anglosassone? “Come cultura non ci manca niente”, dice Gaudiano. “Le spine nel fianco sono altre: la Rai che chiude i suoi podcast – finanziati con denaro pubblico – dentro una piattaforma dedicata, costringendo l’ascoltatore a cercarseli lì invece di trovarli sulle app che già usa; la mancanza di network tematici capaci di mettere insieme podcaster affini; e la chiusura dei media tradizionali verso i talenti che vengono dal mondo podcast per creare realtà sostenibili basate sul finanziamento delle micro-comunità”.L’ultimo capitolo è quello delle scuole. Dal 2024 Assipod porta il podcast negli istituti, in collaborazione con l’Associazione italiana biblioteche, con un programma di formatori certificati che stanno per arrivare in diciannove regioni. “I ragazzi scoprono che hanno uno strumento per amplificare la propria voce. Imparano a esporre con più chiarezza e pure a riconoscere certi meccanismi di manipolazione”. E’ anche, dice, uno strumento di inclusione per ragazzi con disabilità cognitive. Il medium identitario per eccellenza diventa, nelle mani giuste, anche uno strumento di alfabetizzazione al racconto.
La voce che ci resta. Il podcast tra politica, scuola e mercato
Dopo la sbornia degli investimenti e il passo indietro delle piattaforme, il mercato italiano del podcasting si è ridimensionato. Ma non è affatto morto. Giulio Gaudiano, presidente di Assipod, spiega perché. Con una tesi: il mezzo tiene perché è identitario. Intervista










