La guerra dei droni non conosce più confini lineari. L’episodio di Rēzekne, nella Lettonia orientale, dove due UAV precipitati hanno colpito un deposito di idrocarburi a circa quaranta chilometri dal confine russo, rappresenta molto più di un incidente periferico. È il sintomo di una trasformazione strategica che riguarda l’intera architettura di sicurezza europea: la progressiva estensione del conflitto russo-ucraino dentro lo spazio operativo della Nato, anche senza intenzionalità politica diretta.

Il punto essenziale è distinguere il fatto dalla propaganda. Due droni sono entrati nello spazio aereo lettone e uno di essi ha provocato un incendio in un sito di stoccaggio petrolifero a Rēzekne, danneggiando quattro serbatoi vuoti. Non risultano vittime. La falsa narrazione, invece, è quella rilanciata online sul presunto attacco a un treno passeggeri Riga-Daugavpils: il video circolato sui social mostrava, in realtà, un incendio ferroviario precedente, attribuito a un guasto tecnico al motore e non a un impatto UAV. È una distinzione decisiva, perché la guerra ibrida contemporanea vive proprio di questa sovrapposizione tra eventi reali e amplificazione manipolatoria.

La questione geopolitica, però, resta intatta, anche depurata dalla disinformazione. Il Baltico è oggi il punto più delicato della sicurezza euro-atlantica. In poche centinaia di chilometri convivono Russia, Nato, infrastrutture energetiche strategiche, rotte commerciali e basi militari. In questo spazio ristretto, un drone partito per colpire un obiettivo russo può facilmente deviare, perdere il segnale, subire interferenze elettroniche o finire fuori traiettoria. Più si allunga il raggio operativo degli attacchi ucraini contro raffinerie, terminali petroliferi e porti russi, più cresce il rischio di spillover verso territori alleati. È il prezzo strategico della nuova guerra a distanza.