Nella sala stampa del Pentagono il generale Dan Caine parla con la calma di chi sa che ogni parola può cambiare il corso della guerra in Medio Oriente. Accanto a lui, Pete Hegseth si muove su un altro registro. Quando prende la parola cita un passo della Bibbia dal libro dei Salmi: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia». Poi promette che l’esercito americano riverserà «morte e distruzione dal cielo per tutto il giorno». Il contrasto tra i due uomini è teatrale. Caine usa il linguaggio prudente della tradizione strategica americana, Hegseth parla come un predicatore sotto stupefacenti.
Nelle ultime tre settimane le conferenze stampa dedicate al conflitto contro l’Iran hanno reso visibile il baratro umano e culturale che dividono le consuetudini del Pentagono dai metodi dell’amministrazione Trump, incarnato dal Segretario della Guerra Pete Hegseth.
La settimana scorsa, mentre Caine parlava dei soldati caduti e riconosceva la capacità di resistenza iraniana, Hegseth sembrava incapace di trovare superlativi sufficienti per descrivere la distruzione del nemico. Le Monde lo descriveva come un ministro «agitato e belligerante». Perché per Hegseth la guerra non è solo una questione di strategie e sistemi d’arma, è più una categoria morale, un modo di leggere il mondo.






