Nel 1797, nel Paese di relativamente recente formazione degli Stati Uniti, fu pubblicata una raccolta di poesie, saggi politici, dialoghi ed estrapolazioni da discorsi famosi. Tale raccolta, intitolata The Columbian Orator, era stata curata dallo scrittore Caleb Bingham e serviva da materiale didattico nelle scuole americane. Si dice che, in pratica, nella prima metà del XIX secolo sia stata letta da ogni studente americano.
Tra gli ottantaquattro testi che conteneva, ce n’era uno che spiccava rispetto agli altri. Si intitolava Dialogue Between a Master and a Slave, e descriveva proprio un dialogo tra un padrone e un suo schiavo. A differenza di come venivano solitamente raffigurati gli schiavi, quello presentato nel testo era un abile ed eloquente oratore. Nella conversazione, si pronunciava a favore della propria libertà e aveva la meglio su tutti i punti dibattuti con il suo interlocutore.
Il testo si concludeva con la sua liberazione. Tra coloro che lessero il libro, ci fu anche Frederick Douglass, un ragazzo che era nato in condizioni di schiavitù nel 1818, nello Stato del Maryland. Finora non è stato possibile appurare chi fosse suo padre, un uomo bianco, ma di sicuro Douglass fu separato dalla madre in giovane età e costretto, fin da bambino, a lavorare in diverse piantagioni nella parte orientale degli Stati Uniti. Poi venne affittato a una famiglia di Baltimora. Quando Douglass aveva dodici anni, la madre della famiglia, Sophia Auld, iniziò a insegnargli l’alfabeto.







