È vero, esistono molti modi per approcciarsi al futuro, per immaginarlo, costruirlo e, tal volta, anche prevenirlo. Il modo con cui il presente può essere letto e interpretato, però, o almeno quello più efficace e fedele, passa dalla storia: recuperarla, ricostruirla, conoscerla e contestualizzarla con uno sguardo critico ma attento e profondo. Farlo non è semplice e la schizofrenia con cui viviamo il presente lo dimostra, ma per fortuna esistono sguardi che non perdono mai di vista l’orizzonte della storia, anzi lo usano come bussola per orientarsi e soprattutto per orientare, mettendo a servizio della collettività la loro voce.È quello che fa puntualmente, con grande generosità e cura, Marianna Aprile, giornalista, conduttrice radiofonica e volto della trasmissione di La7, In Onda. L’ho incontrata in occasione dell’uscita del suo ultimo libro “La promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta”, in libreria edito da Rizzoli. Un titolo lungo in cui sembrano essere presenti tutti gli elementi chiave necessari per comprendere l’obiettivo del suo lavoro. Esiste una promessa (da mantenere), una storia (da conoscere) e una rivoluzione (ancora da compiere).Sono passati ottant’anni da quel lontano 1946, anno decisivo per il destino della nostra Repubblica e per i diritti delle donne, le cui storie sono indissolubilmente intrecciate. Con la legittima possibilità di essere votate e poter votare, per la prima volta le donne facevano ufficialmente ingresso nella vita pubblica e politica del nostro paese. La prima di una lunga serie di battaglie vinte che uniranno generazioni diverse di donne per la conquista di nuovi diritti e leggi concrete.Marianna Aprile ricostruisce la grande storia dimenticata attraverso le grandi storie di donne ancora troppo poco conosciute al cui lavoro dobbiamo tutta la nostra attuale libertà. Cosa ne è stato, e cosa ne è oggi di questa importante eredità? La prima donna a Palazzo Chigi e la prima donna a capo dell’opposizione sono realtà innegabili che tuttavia non corrispondono a una effettiva vittoria femminile collettiva, e per avere conferma di ciò è sufficiente guardare alla battuta di arresto che stanno subendo i diritti delle donne. Si tratta di casi eccezionali? Chi o cosa ha tradito quella promessa di liberazione delle madri costituenti?Ho approfittato del suo sguardo attento e della sua generosità per provare a rispondere a queste domande e guardare al futuro, partendo dalle pagine del suo libro. Le promesse non mantenute sono molte e tra tutte c’è quella di uguaglianza e parità. Una promessa ancora oggi tradita, nonostante tutto. Non è un caso se il primo capitolo si intitola “Le prime, già ultime” e mostra come già nella Grecia Classica, quella che viene considerata la più grande delle democrazie, le donne erano relegate in una posizione marginale. Essere diverse, nella storia delle donne, ha significato valere meno.È possibile risignificare la differenza come valore e non come mancanza? In che modo la differenza oggi trova spazio nella nostra società? Chi sono i diversi o le diverse?Quando riusciremo a vedere la differenza come specificità sarà sempre troppo tardi. Oggi, a portare lo stigma della diversità, sono più di tutti le persone migranti. Su di loro si sperimentano gli strappi che fanno passare l’idea che ad alcune categorie di persone si possono fare cose che su di altre non si farebbero mai. Se dovessi immaginare una posizione di assoluto svantaggio che tenga insieme tutte le disparità che sono figlie di questa idea di differenza immagino una ragazza, migrante, giovane, madre, single che vive al sud. Anche nell’essere migranti, essere donna è uno svantaggio ulteriore perché sei esposta a pericoli a cui gli uomini non sono esposti, fatta eccezione per i giovani. È come se fosse un salto di specie. In fondo, esattamente come è stato storicamente per le donne, in questa fase storica il laboratorio su cui si erodono i diritti e si cerca di far passare l’idea che le persone non sono tutte uguali, è quello delle persone migranti.Amal sembra incarnare il concetto di intersezionalità.Sì, un concetto che forse riuscirebbe a passare molto di più proprio se lo chiamassimo “Amal” e avesse il volto di una ragazza, giovane, madre, in carne e ossa.A proposito di diversità, le 21 donne elette all’assemblea costituente del 1946 erano su posizioni ideologicamente diverse, ma erano accomunate da un progetto comune, nonostante le differenze. Si dice spesso che il concetto di sorellanza sia un’idea nuova, eppure le donne costituenti ne sono un esempio. Oggi è cambiato il modo di avere una comunanza di intenti?Ho scelto di dare loro così tanto spazio perché mi piaceva potessero essere lette soprattutto dalle più giovani. Loro ci offrono una scuola di metodo prima ancora che di pratica. Tutte quelle 21 donne avevano come unico obiettivo quello di disegnare l’Italia del futuro, avendo come termine di paragone il ventennio. Una sfida a cui tutte partecipavano partendo da differenze ideologiche e politiche. Ma loro stavano compiendo anche un’altra sfida parallela: essere donne. Durante la prima seduta si siedono tutte vicine e cercano di darsi man forte sugli obiettivi fondamentali e ciò avviene nonostante le loro differenze. Oggi esistono delle crepe nell’idea di farcela tutte insieme. Le madri costituenti non avevano solo un obiettivo comune ma avevano anche la consapevolezza di tutta la fatica fatta per raggiungere quel momento. E avvertivano una grande responsabilità. Io credo che la responsabilità oggi si avverta meno, motivo per cui spesso non si trova la motivazione e l’energia per passare sopra alle differenze tra modi di pensare e modi di agire, forse perché pensiamo erroneamente di aver conquistato già molto e poterci permettere i distinguo. In realtà non è così e sui diritti la percezione di quella missione comune dovrebbe essere sempre valida.Nel libro si racconta di un vero e proprio esperimento editoriale poco conosciuto. Si chiamava Éowyn (come il personaggio femminile e ribelle del Signore degli Anelli) il giornale fatto da giovani donne di destra, un progetto culturale di ampio respiro. Mi ha colpito sapere che le giovanissime di Éowyn cercarono le femministe di sinistra che avevano occupato Palazzo Nardini, a Roma, per un incontro/confronto che venne però rifiutato. Se penso al femminismo di destra oggi, penso al collettivo Némésis che porta avanti istanze nazionaliste, xenofobe e anti immigrazione e sembra rivolgersi più agli uomini che alle donne. È cambiato il femminismo a destra?Esistono tratti comuni. Le domande che si ponevano le ragazze del MSI degli anni ‘70 e primi ‘80 che poi diedero vita a Eowyn erano le stesse che si ponevano anche a sinistra: entrambe le parti avevano il problema di avere a che fare con gli uomini di partito poco inclini a concedere gli spazi. Le giovani di Eowyn erano determinate a mettere in discussione la linea Almirante e, dunque, uccidere simbolicamente i padri. Questo però ha rappresentato un boomerang e lo spiega bene il racconto di Flavia Perina che riporto. Uno dei loro slogan era “uomini e donne contro il sistema” e questo era il problema perché il “sistema” erano gli uomini. Di fatto, ciò ha significato per le donne acquisire stilemi, strumenti, linguaggi e comportamenti degli uomini che oggi spiegano molte cose. La lotta è sempre stata duplice: conquistare la libertà sul piano politico, cioè pubblico, e anche privato.Una libertà difficile da ottenere in entrambe le dimensioni.Io mi sarei aspettata di stare meglio di così nel 2026, nel pubblico e nel privato. Nel pubblico perché al netto di tante iniziative, legislative e culturali, mirate a promuovere una presunta parità di genere, non possiamo definirci ancora “uguali” sul piano sociale. Lo dice bene Luciana Castellina: ci siamo inchiodate all’inganno del neutro che estende alle donne cose previste per gli uomini. Così abbiamo dato per scontato che le specificità non devono essere contemplate nell’organizzazione del lavoro, delle leggi, della società, della cultura, della vita. Quello che mi sarei aspettata nel 2026 è essere arrivate a un modo di concepire il nostro stare insieme come paese che tenesse conto del fatto che non siamo tutte e tutti uguali. Se ci pensiamo, Giorgia Meloni mutua, da quella presunta neutralità, il rifiuto del racconto della storia delle donne come di una storia di soggezione all’uomo. Negandolo porta se stessa come eccezione ed esempio. Ma le eccezioni non negano le regole, semmai le confermano.Eppure fa sembrare così e la rappresentazione gioca un ruolo determinante nella storia dei diritti. Oggi a me pare che nonostante la prima donna a Palazzo Chigi, la prima donna a capo dell’opposizione, le conquiste fatte, ci sia una profonda battuta di arresto nella rappresentazione pubblica femminile. Verrebbe da dire che questo sia connesso alle politiche messe in atto non solo nel nostro paese ma in molte democrazie occidentali.Non esiste un andamento regolare. Per esempio, il lavoro spesso urticante e respingente fatto da Michela Murgia è stato fondamentale e ha seminato tantissimo. La sua morte, in concomitanza con alcuni fenomeni di costume e di cronaca, ha rappresentato una vera e propria cesura. Al netto di questi picchi e crolli, è complicato immaginare un percorso leggibile in maniera lineare. Nonostante tutto, in qualsiasi periodo io vedo gli anticorpi, e vedo tante portatrici sane che hanno una grande attenzione che prima non c’era nei confronti di cose che erano ritenute residuali o poco importanti. Faccio la giornalista da 25 anni ed è stata una consapevolezza anche per me iniziare a notare come cambiava il modo con cui si parlava – ad esempio - di femminicidi, anche grazie alla sensibilità delle persone sempre più attente. In tutte le epoche ci sono entrambe le cose: il momento di stanca e qualcuno che tiene dritta la barra.A tal proposito, tenere la barra dritta sono state spesso state le donne e i movimenti femministi. Se pensiamo a leggi importantissime, come quella sul divorzio, sull’aborto, all’intera riforma del diritto di famiglia, allo stupro inteso come crimine contro la persona (e non più contro la morale), sono tutte state promulgate sotto la spinta delle loro battaglie. Un esempio è il massacro del Circeo, il cui processo reso pubblico, ha fatto sì che la pressione sociale, facesse leva sulla politica. Oggi è ancora così?Nella storia del nostro paese i processi sono stati un volàno incredibile. Penso al processo a Gigliola Pierobon, fondamentale per la legalizzazione dell’aborto, a Franca Viola, o anche al coraggio di Rai Due di mandare in onda il processo per stupro con l'avvocata Tina Lagostena Bassi. Tutti eventi che sono riusciti a dare forma e dignità a quelli che sembravano problemi individuali e invisibili facendoli diventare questioni collettive, in una cornice protetta come quella della legge. Non sono sicura che la politica rispondesse meglio prima. La politica risponde quando se la sente e quando trova il coraggio. Nel frattempo, però, cambia il costume e ci si deve adeguare. Arriva un momento in cui l’umore della società, la richiesta dei diritti e quel surplus di coraggio della politica si incontrano, non esiste una regola per capire come avviene questo incontro ma ogni tanto succede, di solito in maniera molto tardiva ma nel corso della nostra storia è avvenuto più volte. Io credo molto nella spinta dal basso.Verso la fine del libro c’è una riflessione profonda supportata da dati: molte donne, con l’avanzare dell’età, partecipano di meno alle elezioni. Le giovani donne, invece, votano di più e a sinistra.Le donne sono in generale più progressiste anche perché sono più pungolate dalla quotidianità a cercare soluzioni. Votano come i maschi fino a quando la loro vita assomiglia alla loro. La biforcazione avviene quando si mette su una famiglia e il carico della cura ricade esclusivamente sulle donne determinando una differenza profonda. La politica e la società fanno il resto perché non se ne occupano e loro prendono coscienza di essere state tradite e dimenticate.Accanto a una promessa tradita c’è una speranza?Proprio perché quella promessa è tradita, abbiamo la garanzia di avere, nella cassetta degli attrezzi, un ingrediente che Lidia Ravera sottolinea bene: la rabbia. Senza la rabbia, senza la sua parte buona e costruttiva, non saremmo mai arrivate da nessuna parte. E siccome di rabbia ce ne parecchia in giro, speriamo di continuare ad usarla bene.
L'ultimo libro di Marianna Aprile racconta la promessa mancata nella storia delle donne
La prima donna a Palazzo Chigi e la prima a capo dell’opposizione. Prima di loro, le 21 madri costituenti e una lunga storia di battaglie per la conquista dei diritti. Un bilancio per capire a che punto siamo







