Giacche di pelle, occhiali da aviatore, motociclette, tramonti di fuoco e aerei che fendono il cielo. Tutto in Top Gun è costruito per imprimersi nella memoria. Quando il film di Tony Scott conquistò l’America quarant’anni fa, nessuno si sarebbe immaginato che sarebbe arrivato a incassare più di 300 milioni di dollari, e che sarebbe stato destinato a diventare il simbolo imperituro di un'intera generazione, in un’epoca segnata da tensioni politiche laceranti, e da una Guerra Fredda che non sembrava finire mai.Star Wars sulla Terra. Questa era l’intuizione del produttore Jerry Bruckheimer del progetto Top Gun, una descrizione perfettamente perpendicolare di ciò che poi sarebbe diventato il manifesto del cinema d’azione anni ’80. Eppure, l’abbrivio di quest’opera non fu affatto trionfale. Tutto iniziò quando Bruckheimer lesse un articolo di Ehud Yonay, Top Guns, che raccontava il programma d’addestramento dei piloti di caccia della marina statunitense. Ciò che colpì il produttore, oltre la foto di copertina che mostrata l’interno di un aereo da combattimento, era il modo peculiare in cui i ragazzi del programma si soprannominavano. Il potenziale cinematografico era enorme e non ci pensò due volte prima di mettere in piedi la produzione di un film che avrebbe cambiato per sempre il modo di fare cinema d’azione.Al centro della storia c’è Pete Mitchell, alias Maverick, interpretato da Tom Cruise, giovane pilota dell’aviazione navale americana. Maverick è un pilota febbrile, istintivo, insofferente alle regole, estremamente geniale e talentuoso. Assieme al suo migliore amico e navigatore, Goose, entra nella prestigiosa scuola Top Gun, in cui i miglior piloti vengono formati per affinare le capacità di volo. Il piglio arrogante e impulsivo di Maverick lo fa subito entrare in contrasto con gli altri piloti, specialmente con Iceman, interpretato da Val Kilmer. Tutto cambia quando Maverick incontra Charlie Blackwood, interpretata da Kelly McGillis, scienziata di cui si invaghisce che è coinvolta nel suo programma di addestramento.Maverick, Goose e IcemanTop Gun fece breccia nel pubblico in sala per diverse ragioni. I dialoghi del film sono entrati nel lessico comune, non a caso la frase "I feel the need, the need for speed!”, è diventata una delle migliori citazioni cinematografiche di tutti i tempi. Inoltre, grazie a Top Gun, il giubbotto in pelle Schott e gli occhiali da sole Ray-Ban Aviator divennero veri oggetti del desiderio per generazioni. Impossibile poi non citare la colonna sonora, impreziosita da brani come Danger Zone di Kenny Loggins e Take My Breath Away del gruppo musicale Berlin, scritta da Giorgio Moroder e Tom Whitlock, che vinse l'Oscar alla miglior canzone originale nel 1987. Ma il suo impatto culturale non finisce qui, considerato che ha contributo a lanciare nell’empireo Tom Cruise, che veniva dal successo di Risky Business e Legend, per la regia di Ridley Scott, e lo avrebbe consacrato definitivamente come una superstar hollywoodiana.Eppure, dietro la patina adrenalinica, dietro la confezione incandescente, Top Gun nascondeva qualcosa di più sottile. La produzione collaborò con il Pentagono e la Marina militare, che offrì al film sia i mezzi che le consulenze, in cambio di qualche limatura a livello narrativo. Infatti, senza i veri F-14, o le portaerei o il supporto tecnico dei piloti, il film non avrebbe avuto alcuna credibilità. Per questo il film di Tony Scott, che uscì in piena era reaganiana, si inserì perfettamente in quel clima politico, fortemente anticomunista e imperialista, determinato da una certa retorica nazionalista. Il risultato fu duplice: da un lato diventò uno spettacolo incredibilmente popolare, conquistando il pubblico come una celebrazione patriottica, dall’altro riuscì anche a incrementare le richieste di arruolamento in marina.Eppure sarebbe riduttivo liquidarlo unicamente a una réclame patriottica. Top Gun possiede dentro di sé tante anime differenti. Tony Scott era un autore brillante che veniva dalla pubblicità, era un celebre regista di videoclip che si fece notare dai produttori proprio per lo spot della SAAB, Nothing On Earth Comes Close. Il suo sguardo era attento, famelico, onnivoro, rasentava l’ossessione verso anche i più infimi dettagli, e ha girato scene che ancora oggi, dopo anni, sono rimaste nella percezione comune, come i momenti nel film in cui la luce del tramonto incornicia le scene, i corpi atletici dei piloti giocano a pallavolo su una spiaggia, il sudore vivido e tridimensionale imperla la fronte dei piloti, e ancora le numerose scene di guida di Maverick sulla motocicletta, e il rombo tonante dei motori aerei mentre sono impegnati in manovre faticose e complesse.L’estetica di Tony ScottLe immagini che gira sono sature, sensuali, frenetiche, ed è innegabile che il film ha contribuito a costruire uno spazio spesso di desiderio maschile, tra rivalità che sfiorano la seduzione, tensioni erotiche e dialoghi ammiccanti. Uno spudorato e intenso rock’n’roll nei cieli, determinato da un omoerotismo piuttosto evidente, evidenziato tra l’altro anche da Quentin Tarantino, che in un celebre cameo nel film Il tuo amico nel mio letto, racconta la propria interpretazione di Top Gun, definendolo ”Una storia su un uomo in lotta con la propria omosessualità”.Ed è tutto meravigliosamente paradossale, e suggestivo, come il film suggellato come un’opera di sublimazione dell’America reaganiana, della disciplina e del patriottismo, sia anche un film in cui si muovono corpi desideranti, in cui la virilità, la competizione, scivolano verso qualcosa di non detto e di irrisolto. Top Gun, dopo quarant’anni dall’uscita, non ha perso nulla della sua capacità di intrattenere e della sua capacità di seduzione. Quel che allora venne consacrata come una pellicola muscolare e virile, resta anche oggi un blockbuster adrenalinico che ha saputo fotografare un’epoca e tramutarsi nel manifesto del cinema d’azione più puro; un film che è riuscito a sostenere un sequel campione d’incassi, Top Gun: Maverick ha ottenuto un successo strepitoso incassando oltre 1,4 miliardi di dollari in tutto il mondo, dimostrando di non aver mai smesso di volare alto nell’inconscio collettivo. Quella giacca di pelle, quegli occhiali da aviatore sono ancora oggi indelebili nella memoria degli spettatori, immagini eterne destinate a un unico tramonto, quello che continua a bruciare sullo schermo, ogni volta che le note di Danger Zone squarciano il silenzio e quei caccia tornano a fendere il cielo.