Per chiunque sia nato prima degli anni ‘90 c’è un particolare della tassonomia del nostro Sistema solare difficile da mandare giù: l’assenza di Plutone dal computo ufficiale dei pianeti che orbitano attorno al Sole. Fino al 2006, infatti, era considerato il nono pianeta, il più lontano e il più piccolo della lista. Proprio per le sue dimensioni e per le caratteristiche della sua orbita, l'Unione astronomica internazionale (Uai) lo ha retrocesso a pianeta nano. Ma non tutto è perduto: stando a quanto dichiarato la scorsa settimana dal suo amministratore, Jared Isaacman, la Nasa starebbe infatti lavorando a un paper scientifico per riaccendere il dibattito e restituire a Plutone la sua classificazione originale.Vent’anni di resistenze accademicheIl declassamento di Plutone non è mai stato archiviato del tutto. Il primo segnale di rivolta arrivò già nel 2006, all’indomani della decisione dell’Uai, quando oltre 300 scienziati planetari firmarono una petizione per contestare la validità dei nuovi criteri di classificazione. La battaglia si è poi spostata sul piano teorico nel 2017 con la proposta della Geophysical Planet Definition, che mirava a riabilitare il corpo celeste valorizzandone la complessità geologica a scapito delle dinamiche orbitali. Nel 2018, uno studio dell’Università della Florida ha poi cercato di smontare il criterio della “pulizia orbitale”, definendolo privo di radici storiche nella letteratura scientifica. Secondo le regole attuali, infatti, un pianeta deve aver rimosso dalla propria orbita tutti altri oggetti di dimensioni comparabili; Plutone, che condivide la sua zona con i detriti della Fascia di Kuiper, non soddisfa il requisito. Tuttavia, molti esperti sostengono che questa definizione sia arbitraria e che, se applicata con rigore, escluderebbe persino la Terra o Giove nei loro stadi primordiali.Il peso politico della scopertaA differenza dei tentativi precedenti, questa volta l’operazione della Nasa ha uno sponsor di primo piano: il governo degli Stati Uniti, il cui interesse sembra dettato da una sorta di operazione nostalgia e da motivazioni identitarie, più che prettamente astronomiche. Plutone occupa infatti un posto speciale nell'immaginario statunitense: è l'unico pianeta scoperto da un americano, Clyde Tombaugh, che individuò il corpo celeste nel 1930 grazie alle immagini catturate dall'Osservatorio Lowell, in Arizona. Anche per questo, probabilmente, in America sono in molti a considerare la decisione del 2006 come poco scientifica e applicata in modo inconsistente.L’asse tra Nasa e Casa BiancaDi recente il dibattito ha ricevuto una spinta decisiva grazie al sostegno della nuova politica americana. Negli scorsi mesi Donald Trump ha espresso commenti favorevoli al ritorno di Plutone tra i grandi, ed Elon Musk ha più volte twittato il suo supporto alla causa. Figure vicine al presidente sono arrivate a lasciar intendere che Trump avrebbe potuto promuovere Plutone a pianeta con un decreto presidenziale (una mossa intonata allo stile Maga, per rendere il Sistema solare “Great Again”). E insomma, il tema – per quanto assurdo – è piuttosto caldo nel dibattito politico americano.Durante una recente audizione al Senato, Jared Isaacman ha confermato la linea del governo, rispondendo a una domanda del repubblicano Jerry Moran: “Senatore, sono decisamente dalla parte di chi vuole che Plutone torni ad essere un pianeta. Stiamo preparando dei lavori scientifici per rivisitare la discussione e assicurare che Clyde Tombaugh riceva il credito che merita”. Fino a oggi l'Uai è sempre rimasta sorda alle richieste di revisione. Resta da capire se le pressioni americane saranno sufficienti a piegare la comunità scientifica internazionale. O, come nel caso del “Golfo d’America”, si concluderanno con un nulla di fatto.