C’è la Storia che procede per grandi eventi - di guerra in epidemia, in catastrofe naturale - e poi c’è la storia che non ci racconta (quasi) nessuno, quella delle persone comuni. Chi erano? Come vivevano? Come interagivano tra loro popolazioni diverse? Queste (e altre domande) oggi trovano una risposta non solo attraverso lo studio di documenti antichi ma anche, e forse soprattutto, tramite altre forme di scienza. Così, la paleogenomica e l'antropologia molecolare diventano la lente per mettere a fuoco i dettagli di epoche lontane. Come la transizione tra l’Età Antica e il Medioevo, che è stato l’oggetto dello studio di Jens Blöcher, Leonardo Vallini, Joachim Burger e dei loro collaboratori, che è stato appena pubblicato sulla rivista Nature. Una ricerca che conferma quanto il crollo dell’Impero Romano d’Occidente - per usare l’espressione scolastica che tutti conosciamo - non sia stato un momento ma un processo, e che le invasioni barbariche, in fondo, violente e improvvise come il termine sembra suggerire non sono state. Attraverso l'uso di tecniche genetiche all'avanguardia, gli scienziati hanno ricostruito le origini geografiche delle popolazioni che abitavano lungo l'antica frontiera dell'Impero Romano nell’odierna Germania centro-meridionale, le loro abitudini quotidiane, le loro strutture familiari e persino la loro aspettativa di vita.L’incontro tra due mondiAnalizzando il patrimonio genetico estratto dai resti scheletrici di oltre 250 persone vissute tra il 400 e il 700 dopo Cristo e confrontandolo con un set di dati di riferimento di circa 2.900 genomi antichi, altomedievali e moderni provenienti dalla Germania settentrionale e meridionale, i ricercatori hanno ricostruito le “forze” che hanno guidato il rimodellamento della popolazione in quella che oggi è la Germania meridionale. Hanno così identificato già a partire dal IV secolo due componenti genetiche principali e distinte: una proveniente dal Nord Europa e quella tipica delle popolazioni degli insediamenti romani, caratterizzata da una straordinaria diversità di firme genetiche (dal Mediterraneo occidentale all'Europa sud-orientale, fino all’Asia centrale) che rifletteva l'ampiezza dell'Impero. Questo risultato, spiega il genetista delle popolazioni tra i principali autori dello studio Jens Blöcher, lascia pensare che piccoli gruppi di persone provenienti dalle regioni settentrionali europee si stessero già spostando verso sud ben prima di quella che consideriamo la fine dell’Impero Romano d’Occidente e che abbiano adottato lo stile di vita romano. I dati suggeriscono che in un primo momento gli immigrati del Nord vivessero in disparte dal resto della comunità, forse come impiegati agricoli a cui la terra veniva concessa a patto di restrizioni matrimoniali, ed è così che si sono mantenute caratteristiche genetiche distinte.La fusioneDopo il crollo del potere romano, però, questi due mondi iniziarono a fondersi rapidamente sia a livello biologico, attraverso matrimoni misti, che culturale. Da dopo il 470 d.C. gli scienziati, infatti, non hanno trovato differenze significative negli oggetti deposti nelle tombe tra chi aveva origini nordiche e chi aveva origini romane. Gli immigrati del Nord e i romani, quindi, cominciarono a formare nuove comunità, in una continua mescolanza che, entro l'inizio del settimo secolo, diede origine a una popolazione con un profilo genetico molto simile a quello degli odierni abitanti dell'Europa centrale. Il processo di integrazione, spiegano i ricercatori, è visibile anche attraverso l'analisi degli isotopi dello stronzio: questi sono forme alternative di atomi che sono assorbite dal suolo e dai cibi e che restano fissate nei denti, potendo dunque essere utilizzate come traccianti chimici per capire se una persona è cresciuta nel luogo in cui è stata sepolta o se si era trasferita da una regione con una diversa composizione del terreno. L’idea di una migrazione germanica su larga scala, insomma, non è supportata dalle prove scientifiche.L’aspettativa di vitaUn’altra informazione che i ricercatori sono riusciti a ricavare dall’analisi dei resti umani studiati è stata una stima della durata della vita, che, grazie allo sviluppo di un nuovo metodo statistico, non è mai stata tanto precisa. È emerso che in media gli uomini vivevano 43,3 anni, mentre le donne 39,8, una differenza probabilmente legata all’aumento della mortalità femminile dopo i 10 anni a causa delle complicazioni da parto. Anche la mortalità infantile era molto alta, con circa un bambino su dieci che non raggiungeva i sette anni di età. Nonostante fosse una vita breve, almeno per i nostri standard, sembra che l’80% dei bambini nascesse quando almeno uno dei nonni era ancora in vita, e molti crescevano potendo contare su questa figura familiare.La famiglia ai tempi del post-ImperoÈ proprio in questo periodo, infatti, che pare radicarsi il modello di famiglia che ha caratterizzato l’Europa per i secoli a venire. Lo studio ha permesso di ricostruire alberi genealogici dettagliati che testimoniano l’affermarsi dei nuclei familiari composti da genitori e figli, a volte anche figliastri ed eventualmente nonni, appunto, a sostituzione dei clan allargati. In linea con la crescente influenza del cristianesimo e la continuazione delle pratiche romane, la monogamia a vita era la norma (i ricercatori hanno trovato pochissimi casi di unioni con più partner) e l’incesto era rigidamente rifiutato, con le coppie che evitavano legami di parentela fino al sesto grado. Le analisi mostrano inoltre una tendenza alla patrilocalità, ossia la pratica per cui le donne si spostavano per andare a vivere con la famiglia del marito.
Nuove analisi paleogenetiche provano che la fine dell’Impero romano d’Occidente non fu improvvisa né violenta
Una graduale mescolanza genetica e culturale tra gli abitanti degli insediamenti romani e i migranti del Nord ha posto le basi per le moderne popolazioni dell’Europa centrale e il modello di famiglia






