Non è un saggio. Non è un’autobiografia. Forse un taccuino di appunti, uno zibaldone che affronta tanti e diversissimi argomenti procedendo per rapidi capitoli (ovviamente l’archeologia ma anche la politica, l’università e la sua crisi, le prospettive per i giovani, il peso del cristianesimo nella nostra storia culturale, l’Unione Europea, la storia di Roma, la dittatura degli smartphone, il turismo di massa) tenuti insieme da un filo. Ovvero l’analisi di un presente «privo di ogni faticosa formazione, un accumulo di attimi isolati e sfuggenti, come brandelli di un tessuto non più ricomponibile». Il grande archeologo Andrea Carandini, che alla fine del 2026 compirà 89 anni, propone un pamphlet esplicitamente dedicato, fin dal titolo, a un bilancio esistenziale (Alla mia età, Laterza, in libreria sabato 2 maggio). Anche la foto di copertina (un primissimo piano sorridente firmato da Alberto Ramella che si inoltra tra le rughe del viso come una lente d’ingrandimento) sottolinea la esplicita e consapevole arbitrarietà degli argomenti e delle riflessioni. L’autore si ritrova in una condizione anagrafica in cui sente «di avere la libertà di dire tutto, o quasi». Strada percorsa, impossibile non pensarci, da Cesare Zavattini nel 1982 quando, a ottant’anni, firmò la sua prima, unica e anarchica regìa, La veritaaaà.
Carandini, promossi e bocciati: il nuovo libro del grande archeologo denuncia i mali del presente
Esce il 2 maggio il diario-taccuino «Alla mia età» (Laterza), in cui lo studioso fa i conti con quello che oggi lo preoccupa








