Non sta andando tutto proprio bene. Ma il coraggio di dirselo, di dircelo, quello non c’è. Certo, il tempo delle guerre, lo stretto di Hormuz, le bizze destabilizzanti di Trump: la funesta situazione internazionale colpisce quasi tutti, e il quasi sta per chi invece se ne avvantaggia. Ma se i conti dell’Italia non tornano, anzi peggiorano, le responsabilità andrebbero cercate anche altrove, in decenni di mala amministrazione; prima, dentro e fuori l’attuale governo. Un’onda lunghissima a cui nessuno è riuscito né riesce a trovare un argine. E intanto l’onda avanza, travolgendo i nostri risparmi e le nostre speranze.
Il Fondo monetario internazionale ha appena previsto che nel 2026 l’Italia scenderà all’ultimo posto nella classifica della buona gestione delle proprie finanze, scavalcando nel peggio la Grecia. A determinare la graduatoria è il rapporto tra debito e Prodotto interno lordo: il nostro è salito al 138,6% del Pil dal 137,1 del 2025, quello di Atene è dato in discesa dal 146,1 a 136,8 nello stesso periodo. Quindi, nonostante i cinque anni di sostegno del Pnrr (quasi 200 miliardi per noi, i più beneficiati) diventiamo maglia nera dell’area Euro, fanalino di coda tra i Paesi più fragili. Un traguardo purtroppo storico che, al netto della diminuzione di credibilità come Paese, renderà più diffidenti gli investitori a scommettere su di noi, costretti come siamo a pagare interessi sempre più alti su un debito pubblico sempre più fuori controllo. Tra le molte altre ricadute, ci sarà la difficoltà di ottenere dalle Ue una deroga per «emergenza energetica» sullo scostamento di bilancio (siamo al 3,1%, dovremmo stare sotto il 3) per liberarci da una delle tante procedure d’infrazione a cui già siamo sottoposti. Come non sembra alla nostra portata rifinanziare oltre la scadenza di giugno il bonus per il taglio delle accise sui carburanti. Gli italiani non saranno contenti, e invece gli italiani vanno tenuti buoni, anche sottacendo il reale stato patrimoniale di un’Italia obiettivamente più povera. E la ragione per non inquietarli è che presto si tornerà a chiedere loro il voto, l’anno prossimo sicuramente. Succede così che, in vista di questa scadenza, persino dei dati preoccupanti come quelli appena riportati non occupino il centro del dibattito, non diventino l’emergenza numero uno della politica, ma vengano riposti in un cassetto in attesa di tempi migliori, alibi più spendibili, promesse più roboanti.







