L’hantavirus è sotto i riflettori internazionali dopo l’individuazione di un focolaio a bordo della nave da crociera MV Hondius. Sebbene nella maggior parte dei casi il virus venga trasmesso attraverso il contatto con roditori infetti, il ceppo Andes virus rilevato soprattutto tra Argentina e Cile, rappresenta un’eccezione di rilievo perché può diffondersi mediante contatto ravvicinato tra esseri umani.
Pure confermando che il rischio di infezione rimane molto basso, lo scorso 11 maggio il ministero della Salute italiano ha diramato una circolare alla volta delle Regioni, delle Aziende sanitarie locali (Asl), degli ospedali e di altre strutture sanitarie nella quale, tra le altre, figurano anche indicazioni per il monitoraggio dei contatti considerati a rischio.
Una decisione che ha una logica, considerando che il periodo di incubazione dell’hantavirus può durare fino a sei settimane e il contact tracing può assumere un ruolo salvifico.
Che cos’è il contact tracing
Il contact tracing richiama alla memoria la recente pandemia da Codiv-19 e quando è stato impiegato per identificare le persone entrate in contatto con soggetti positivi al fine di sottoporle ai test di rito e interrompere le diverse catene di contagio prima che generassero a loro volta ulteriori focolai.






