Cosa spinge un giovane a scegliere un cocktail rispetto al vino? Non è solo questione di sete, ma anche e soprattutto di identità, chimica e abitudine al gusto. L’abitudine al gusto è quella che manca del tutto alla GenZ: non ci sono più i nonni responsabili dei primi assaggi di vino allungato ai nipoti e non ci sono più neppure i pranzi della domenica, con le bottiglie di vino sul tavolo per tutto il pomeriggio. E poi soprattutto rispetto ai baby boomers è cambiato il cervello della GenZ. Il professor Vincenzo Russo ordinario di psicologia dei consumi e neuromarketing alla Iulm di Milano e fondatore del *Behavior and Brain Lab” ha spiegato nell’ambito di TuttoFood nel padiglione dedicato alla Mixology Experience come le neuroscienze possano essere utili nel raccontare le nuove regole del bere fuori casa. Chiaro l’obiettivo del suo intervento: smettere di basarsi su ciò che i consumatori dicono di fare e iniziare a misurare ciò che il loro cervello sente realmente.
Perché scelgono i cocktail invece del vino
“Non è vero che bevono di meno, è cambiato il modo di bere - ha detto - Russo. Siamo passati dal consumo quotidiano in famiglia a un bere occasionale ed esperienziale. È venuto meno l'accesso al gusto che un tempo garantivano i nonni a tavola; oggi quel gusto va costruito altrove, e la mixology è il terreno perfetto perché è meno autoreferenziale e più divertente rispetto al mondo del vino”. Le neuroscienze dicono che il cervello dei giovani (i "nativi digitali") è strutturalmente diverso da quello dei baby boomers. L’uso intensivo dei device ha reso la zona prefrontale (quella della razionalità) più sottile, a favore di una zona occipitale (quella deputata alla vista) più sviluppata.






