Alla fine di Rumore ne ha fatto pure un po’ troppo, solo che nel verso sbagliato. È finita nei tigì, ha interessato i giornali, è rimbalzata per ore sui social: ma per via di un furto e, al seguito, addirittura di un piccolo giallo. La mostra “Rumore” (appunto) dedicata a quell’icona indiscussa che è stata (è e resterà) Raffaella Carrà si è chiusa domenica, a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), dove era stata allestita in modalità temporanea dal 18 aprile al 10 maggio, col botto. Cioè con la scoperta che, tra la trentina di abiti esposta per ricordare l’indimenticabile Raffa, sono sparite due sue cinture, entrambe qualcosa più di un semplice accessorio, considerato che sono impreziosite da cristalli Swarovski e valgono su per giù 10mila euro l’una.
La scoperta è avvenuta quando si stava sbaraccando e il pubblico era già rientrato a casa, però la denuncia l’han formalizzata i due proprietari di “Collezioni Carrà” (l’archivio privato che conta circa 350 costumi di scena, tutti indossati da lei tra il 1976 e il 2012). Una delle due cinture appartiene a un abito di Amore (programma televisivo del 2006 (Rai1), l’altra era stata mostrata durante una puntata della quarta edizione di Carramba che fortuna (nel 2008). Inutile aggiungere che si tratta di due pezzi unici e irripetibili. La palazzina Azzurra (nella quale si teneva la mostra), ironia della sorte, dato che la kermesse era dedicata alla showgirl italiana che più di tutte ha vissuto sotto i riflettori, non aveva telecamere: e questo, di certo, adesso non aiuta chi deve investigare sull’accaduto. Tra l’altro, segni di effrazione non ne sono stati trovati, per cui l’ipotesi più scontata è anche quella più probabile, qualche malintenzionato che alla chetichella s’è introdotto nello stabile, si è mischiato ai visitatori, ha allungato la mano lesta e ha fatto sparire il bottino senza destare sospetti. Sì, ma chi?






