Chi si aspettava il cinema, è rimasto deluso. A Palazzo Chigi ieri si è chiusa la fiction sullo strappo non ricucibile, a detta dell’opposizione, tra il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il governo che lo ha nominato. Dopo un’ora di colloquio tra la presidente del Consiglio e il titolare del Mic non soltanto è stato ribadito il «pieno sostegno» dell’esecutivo al titolare di un ministero «centrale per l’Italia», ma di strappi non si è proprio parlato e ogni spiffero velenoso degli scorsi giorni è stato derubricato a «normale dialettica politica, in un contesto reso particolarmente complesso dall’attuale scenario internazionale».

Certo, qualcuno parla di una Meloni impegnata a spiegare al suo ministro, nonché amico di sempre, che certe scelte sono legittime ma «prima» devono essere «coordinate» perché in politica anche i tempi contano e il momento non ammette sbavature. L’incontro, comunque, è stato chiesto da lui, è perfino andato a Chigi in auto e non a piedi come fa di solito; o forse è lei che lo ha convocato per fargli la ramanzina, di sicuro all’inizio del lungo colloquio c’è stato un chiarimento franco, poi un comunicato decisamente esaustivo ha spento i sogni della sinistra: Alessandro Giuli resta dov’è. Ogni altra ricostruzione giornalistica «è priva di fondamento».