Da Atene a Madrid, da Bucarest a Berlino, passando per Roma, Parigi e Varsavia, il tema della verifica dei curriculum e della correttezza dei titoli accademici continua a riemergere nel dibattito pubblico. In numerosi casi, inchieste giornalistiche e verifiche successive hanno portato a contestazioni, dimissioni o revisioni formali delle cariche pubbliche, alimentando una riflessione più ampia sulla trasparenza delle élite politiche.
Il caso greco
In Grecia, negli ultimi anni, una serie di vicende ha coinvolto esponenti di primo piano dell’amministrazione pubblica e del governo. L’ultimo caso riguarda Makarios Lazaridis, ex viceministro all’Agricoltura, che il 18 aprile, dopo circa due settimane di forte esposizione mediatica, si è dimesso poiché era emerso che non era in possesso delle qualifiche necessarie. Il premier Kyriakos Mitsotakis, pur non avendo inizialmente intenzione di interrompere la collaborazione con un esponente a lui vicino da tempo, ha dovuto gestire una vicenda che ha avuto un impatto politico significativo: secondo i sondaggi, il caso avrebbe contribuito a una flessione del consenso tra il 2% e il 3% per Nuova Democrazia.
Ma non si tratta di un caso isolato. Nel 2019, la nomina di Panagiotis Kontoleon alla guida dei servizi di intelligence ellenici aveva sollevato perplessità circa il possesso dei requisiti formali richiesti. La normativa è stata successivamente modificata, consentendo la prosecuzione del mandato.







