Motori al minimo, battute di pesca dimezzate, rientri anticipati nei porti.
E poi un occhio sempre più attento alle condizioni del meteo e del mare per evitare di tornare con le reti vuote.
I pescatori da Chioggia a Mazara del Vallo si difendono così dall'aumento dei costi operativi per uscita in mare, a partire dal caro carburante ma non solo, una tempesta perfetta che ha polverizzato il 60% dei ricavi, vivendo ogni battuta sul filo di lana tra copertura dei costi e guadagni. Si teme un 'rischio default per il pesce fresco italiano', sostiene Confcooperative Fedagripesca: per un'imbarcazione di oltre i 24 metri, il costo del pieno è passato da una media di 6-9mila euro agli attuali 13.440 euro, con rincari settimanali che sfiorano i 4.500 euro.
Le strategie di sopravvivenza disegnano il quadro di un'economia di guerra. In Liguria le lampare, per la pesca del pesce azzurro, navigano a 8 nodi per contenere i consumi, mentre a Livorno le ore di lavoro sono state tagliate di un terzo: il rientro è fissato a mezzogiorno anziché nel tardo pomeriggio.
Una scelta obbligata che però penalizza la qualità, rendendo la pesca di profondità delle specie più pregiate, una rarità. Un conto salato che non risparmia nessuna specie.






