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La nuova disponibilità di Mosca a negoziare nasconde in realtà l'intenzione di riconoscere gli equilibri militari maturati sul campo
Mentre il fronte militare, nonostante le tregue annunciate, continua a consumarsi nell'Est dell'Ucraina, il linguaggio del Cremlino segnala un mutamento significativo: la Russia torna a parlare di negoziati, di mediazione internazionale e perfino di incontri diretti con Kiev. Ma dietro l'apparente apertura diplomatica, Mosca ribadisce con fermezza le proprie condizioni strategiche, a partire dal destino del Donbass, che il Cremlino considera fuori dall'orbita ucraina. Le dichiarazioni arrivate nelle ultime ore da Vladimir Putin, dal suo consigliere per la politica estera Yuri Ushakov e dal portavoce Dmitrij Peskov delineano una doppia linea: disponibilità al confronto, ma solo dentro un quadro che riconosca gli equilibri militari maturati sul terreno.
A fissare il perimetro politico della posizione russa è stato Ushakov, figura chiave della diplomazia del Cremlino, secondo cui "in Ucraina sanno che dovrà essere fatto", riferendosi a un eventuale ritiro di Kiev dal Donbass. Parallelamente, Peskov ha ribadito che "l'operazione militare si concluderà con una vittoria", mentre Putin stesso ha sostenuto che "il conflitto sta volgendo al termine". Formule calibrate, che suggeriscono come il Cremlino ritenga di trovarsi in una posizione negoziale più forte rispetto ai mesi precedenti. Rilevante è il riferimento agli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, che secondo Ushakov sarebbero attesi "presto a Mosca per continuare il dialogo".






