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Il 26 maggio sono i cento anni dalla nascita dell'artista che pose le basi della musica moderna. Senza mai cercare il consenso
Il dio di internet brucerà all'inferno, perché le domande più gettonate su Miles Davis, nei motori di ricerca, sono queste: "Che droghe usava?", "qual è il disco più famoso?", "Miles Davis suonava la tromba?". Rispondiamo solo all'ultima: non fu un "trombettista jazz", a meno di voler definire Michelangelo un decoratore di soffitti, Stravinskij un compositore di balletti, Dante un rimatore fiorentino.
Il 26 maggio cadranno i cento anni dalla nascita di Miles Davis e allora noi anticipiamo i tempi, anche se mai come lo fece lui: ci piacerebbe usare la parola "genio" se non fosse che, ormai, la concedono a chiunque vendemmi anziché seminare, un termine, genio, che nel suo caso torna a significare una capacità di vedere prima degli altri e poi di salutare appena gli altri cominciano a capire. E si può dire: già lo sapevamo. Infatti è più complicato di così. Il genio non coincide quasi mai col consenso, arriva quando lui è già altrove; Miles Davis passò la vita a impedire che Miles Davis diventasse una maniera: attraversò il bebop, inventò il cool jazz, dominò l'hard bop, portò il modalismo a una purezza metafisica, impose il jazz elettrico e scandalizzò i custodi del tempio, annusò funk, rock, elettronica futura. Non uno stile, ma una successione di epoche, di ere.






