Arrivava su quel motorino scalcagnato con la macchina fotografica al collo. Silenzioso e assorto, sempre in prima linea, ma umile come l’ultimo garzone di bottega. Jeans e borsone, il giubbotto dalle mille tasche, i capelli scompigliati sulla fronte. «Ciao, come va?», «ciao Ricky, meno male che sei qui».

Salutava con gentilezza, anche nei più drammatici scenari di cronaca. Senza sgomitare ma sgusciando via veloce, occupava il posto giusto. Sembrava che inseguisse i suoi pensieri, riflessivo, quasi triste talvolta. Ma aveva semplicemente uno sguardo più profondo e complesso degli altri e un’allegria di vita nell’animo. Riccardo Siano sentiva la realtà, la filtrava e la interpretava un attimo prima di fissarla nei suoi scatti.

Osservava e capiva le persone e i luoghi con sensibilità e partecipazione, instancabile, sotto il sole o la pioggia, nell’afa e nel freddo, divorato letteralmente dalla passione per il mestiere e dal coraggio civile della denuncia. Per questo le sue immagini possedevano il tocco dell’artista, descrivevano gli eventi meglio di tante parole o pagine scritte. «Raccontava con la luce», dice, a ragione, il cardinale Domenico Battaglia.

La sua morte, avvenuta ieri a soli 61 anni dopo una lunga malattia e terribili sofferenze sopportate con dignità, lascia un vuoto nella cultura e nel giornalismo. Sembrava si fosse ripreso, era solo una beffa.