È atterrato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge (n. 66/2026) sul Piano casa targato Meloni. Ma il testo definitivo, che ha incassato semaforo verde dalla Ragioneria, porta qualche novità rispetto a quello entrato in Consiglio dei ministri: ha assorbito, infatti, le modifiche nate dopo le frizioni tra i ministri Salvini e Giuli, proprio nel Consiglio dei ministri di giovedi 30 aprile. Oggetto del contendere, il ruolo delle soprintendenze, che il primo testo approdato sul tavolo del Cdm aveva fortemente ridimensionato nel capitolo della gestione degli investimenti di edilizia residenziale pubblica e sociale.
La mediazione
Al suono di «io le soprintendenze le raderei al suolo», il vicepremier e leader del Carroccio aveva tentato di difendere il testo dalle ire del ministro della Cultura che aveva protestato: «Non le processeremo!». Risultato: tutto rinviato a una riunione tecnica post-Consiglio dove i funzionari di Palazzo Chigi insieme a quelli del Mit hanno lavorato di lima, portando a casa un compromesso. Che suona così: no alla corsia veloce per il commissario nelle procedure autorizzative sugli immobili da riqualificare, sì a una Conferenza di servizi semplificata, alla quale è demandata la decisione, lasciando però alle amministrazioni competenti per la tutela dei beni culturali la possibilità di opporsi ai progetti.






