«Immaginate una cena tra amici, tutti allo stesso tavolo. E che qualcuno abbia invitato anche l’assassino dei vostri figli». La ministra ucraina della Cultura Tetyana Berezhna si prende qualche minuto di pace, tra un impegno e l’altro della Biennale, con la figlia Osaka, di 4 mesi: «Non mi vengono esempi migliori per spiegare come gli ucraini si sentano in questo momento. Non possiamo accettare la Russia seduta al tavolo».

Vede nella scelta della Biennale un tentativo di normalizzazione culturale della guerra?«La cultura non esiste al di fuori della realtà, soprattutto durante la guerra. E oggi la Russia sta conducendo una guerra su larga scala contro l’Ucraina, distrugge sistematicamente il nostro patrimonio culturale, musei, teatri, biblioteche e memoria storica. In questo contesto, la partecipazione della Russia ai grandi eventi culturali internazionali diventa politica, perché la cultura modella la percezione e influenza ciò che la società considera accettabile e normale. Per questo la discussione sulla Biennale di Venezia è molto più ampia di un singolo padiglione. Riguarda la responsabilità delle istituzioni culturali internazionali in tempo di guerra». Che cosa pensa dei collettivi russi come Pussy Riot, che si schierano con l’Ucraina? «Ci sono 146 milioni di russi che restano in silenzio e tollerano Putin. Una piccola protesta non basta». Per alcuni chiudere il Padiglione russo sarebbe una forma di censura, che ne pensa?«Che non lo è. L’Ucraina sostiene pienamente la libertà artistica e di espressione. Ma stiamo parlando di uno Stato che conduce una guerra aggressiva, commette crimini di guerra, distrugge il patrimonio culturale e tenta di cancellare l’identità di un’altra nazione. In queste circostanze, la partecipazione alle grandi piattaforme culturali internazionali assume un significato politico e morale. La cultura può certamente costruire ponti tra le persone, ma un autentico dialogo culturale richiede rispetto condiviso per la dignità umana, il diritto internazionale e la libertà».