Dire a un agente "non sa chi sono io" non è reato. Lo conferma una sentenza, quella che riporta il numero 14801 del 23 aprile 2026. La Cassazione ha infatti delimitato con precisione i confini del reato di resistenza a pubblico ufficiale, escludendone la configurabilità in presenza di condotte meramente oppositive e frasi ritenute prive di reale contenuto intimidatorio. Come riportato da Brocardi.it, "durante un controllo stradale avvenuto il 3 luglio 2024, un automobilista avrebbe assunto, secondo le Forze dell’ordine, un atteggiamento ostile e poco collaborativo.
Secondo quanto riportato nell’annotazione di polizia giudiziaria, l’uomo, una volta sceso dal veicolo, si sarebbe mostrato scontroso, avrebbe gesticolato in maniera agitata, tentando di sottrarsi al controllo e avrebbe pronunciato alcune frasi rivolte agli agenti, tra cui 'non sapete con chi avete a che fare' e 'togliti la divisa e vediamo'".
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E se la Procura aveva ravvisato gli estremi del delitto di resistenza a pubblico ufficiale, il Tribunale di Gela aveva invece escluso la sussistenza di una condotta violenta o minacciosa in senso proprio. Risultato? La Cassazione ha ribadito: il reato di resistenza a pubblico ufficiale richiede una condotta attiva, caratterizzata dall’uso della violenza o della minaccia idonea a impedire od ostacolare l’atto dell’ufficio. Tradotto: non è sufficiente una mera opposizione passiva o un atteggiamento non collaborativo.






