Docente, attivista, custode di ricordi: Vera Tamari arriva in Biennale per raccontare la Palestina con la sua ricerca ancorata alla terra

di Germano D’Acquisto

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Le colline attorno a Ramallah hanno una luce particolare: mai piena, mai innocente. Filtra tra gli ulivi, si posa sulla pietra, si incrina nelle ombre lunghe di una terra che trattiene e resiste. È da lì che parte il lavoro di Vera Tamari ed è lì che ritorna sempre. Alla Biennale di Venezia, il suo sguardo non arriva come una dichiarazione, ma come sedimentazione: di memoria, di materia, di storia. Nata a Gerusalemme 81 anni fa e cresciuta proprio a Ramallah, Tamari è una figura chiave del sistema culturale palestinese contemporaneo.

Docente, attivista, fondatrice di istituzioni, presenza discreta eppure strutturale, con la sua pratica attraversa ceramica, installazione e ricerca concettuale. Ma resta sempre ancorata alla terra, all’argilla, ai frammenti archeologici, alle foto di famiglia sopravvissute alla Nakba, l’esodo palestinese del 1948. In un contesto segnato da occupazione e dispersione, Tamari non alza mai il tono. Lavora per stratificazione, come gli ulivi che popolano le sue opere: corpi resistenti, simboli di continuità e cura. Il suo linguaggio è obliquo e per questo radicale: sposta il politico dentro il quotidiano, nei ricordi, nei gesti. In un presente che continua a interrogare l’identità palestinese, il suo lavoro insiste su ciò che resta e su ciò che, ostinatamente, continua a crescere.