«Questa è una festa, dobbiamo ballare». Filippo Uttinacci detto Fulminacci avrebbe pure ragione ma con quella desinenza sospetta da Farinacci non se lo fila nessuno. Per due motivi: al rave da Rsa del 1º maggio la musica è un optional (sennò un vecchio arnese come Piero Pelù verrebbe utilizzato per accordare le chitarre), in più il cantautore romano non ha colto il tema dominante del Concertone, un originale e sfavillante Benito Mussolini. Ottantuno anni dopo il duce rimane l’unico collante, eterna ossessione della sinistra gruppettara riunita a san Giovanni in Laterano per contare le rughe e sentirsi ripetere vecchi slogan di un mondo fake tutto suo.

«Non hai capito che non vogliono fare un cazzo? Siamo noi che dobbiamo fare... siamo noi... non sono loro... l’ultima delle idee loro è darci una manganellata hai capito?».

Due giorni alla preapertura della Biennale di Venezia e proseguono le polemiche sollevate intorno al caso della presenza di artisti russi. Dopo che l’Ue ha persino revocato i suoi finanziamenti, e la Giuria internazionale ha annunciato le sue dimissioni, la gestione della Biennale continua a far discutere.

Come si fa a farsi notare se come cantante non sei destinato a passare alla storia o la storia purtroppo si è dimenticata di te? Semplice, non è necessario eseguire un brano che lasci il segno, per la musica o per le parole: basta farsi precedere da un gesto o una dichiarazione che segua l’onda e faccia apparire l’Artista (mi raccomando, con la «A» maiuscola) come un interprete contro il potere. E così ecco Piero Pelù, il quale con «lucida ironia», come segnala il Corriere della Sera, al concertone del primo maggio ha definito Benito Mussolini un «morto sul lavoro».