Tornano il 1° maggio e il tradizionale mega-live in piazza San Giovanni, a Roma. Una magia che si ripete ogni anno o un evento troppo “omnibus” per favorire un vero scambio con il pubblico? Un artista alla sua quinta partecipazione a confronto con uno che ai grandi palchi preferisce teatri e piccoli club
a cura di Valerio Millefoglie
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“Al 1° maggio succede una magia. Piazza San Giovanni è una zona del cuore, l’ho frequentata in momenti cruciali della mia formazione, ci ho vissuto tramonti e albe meravigliose. Avere occasione di cantare in quella piazza da cui sono passato cinquecentomila volte è assurdo. Si ferma tutto e tutto diventa bello. Piano piano vedi scorrere e apparire il pubblico e si rivela questa piazza gigantesca colma fin nelle vie più in fondo. È un fiume di gente che s’incastra a forma di Roma. Il primo anno in cui ho partecipato, ho suonato voce e chitarra la mia prima canzone: Borghese in borghese. Nessuno aveva idea di chi fossi e avevo questa canzone difficilissima, con milioni di parole, che ho fatto con la tachicardia. Sceso dal palco, sono tornato a casa della mia fidanzata dell’epoca, che abitava a San Giovanni. Camminavo con la chitarra in spalle ed entrando nel cancello del palazzo mi fermò un ragazzo: “Ma tu sei Fulminacci?”. Fu la prima volta in cui qualcuno mi riconobbe. La mia fase precedente era stare in cameretta a scrivere canzoni. Neanche i miei migliori amici sapevano che suonassi. Da lì, sono passato a uscire con un disco e il mio primo live era già in un posto pieno di gente. Non ho fatto la gavetta canonica in cui si parte da un locale minuscolo all’altro. In Palazzacci, questo mio primo tour nei Palasport, canto Tutto bene, un brano dell’ultimo disco, vado di chitarra acustica e voce ed è stupendo perché quando canto una canzone non penso a quello che dico, ma mi riconnetto al momento in cui l’ho scritta, a quel giorno preciso. Chiudo gli occhi e sono di nuovo in cameretta, davanti alla finestra, che suono. Apro gli occhi e ho davanti la platea. Il verso che mi fa tornare subito a casa è “le giornate mondiali, sono giorni normali”. Non so spiegare cosa si provi nel sentire tutte le voci delle persone che diventano un coro. Quell’abbraccio corale capita a pochi, è davvero un privilegio. Sembra che ogni persona si trasformi in un pezzetto della mia anima, e in quel momento capisco per la prima volta il significato delle mie canzoni, cosa significano per gli altri, e quindi cosa volevo davvero dire a me stesso”.











