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In tempi di crisi petrolifera - e quella di Hormuz somiglia a tutti gli effetti a quelle che hanno attraversato gli anni Settanta - vengono a galla confronti che sembravano sepolti dalla storia. Allora come oggi la conseguenza immediata dell’aumento del costo dei carburanti è sui prezzi. E’ notizia di questa settimana il balzo mensile dell’inflazione: dall’1,7 di marzo al 2,8 per cento di aprile. La guerra fra Stati Uniti e Iran è una iattura in tutta Europa: in Germania il costo della vita è salito al 2,9 per cento, in Spagna al 3,5, in Francia al 2,5. Il caso vuole che in Italia lo scarto sia molto più forte, perché fin qui eravamo l’unico fra i grandi Paesi con un tasso inferiore al due per cento. Una pessima notizia per chi vive in un Paese nel quale le imprese da anni pagano - questo il punto - salari fra i più bassi dell’Unione.
Ai tempi della prima grande crisi petrolifera - correva il gennaio del 1975 - la risposta italiana fu un accordo fra sindacati e imprese, noto come Lama-Agnelli, allora rispettivamente segretario della Cgil e presidente di Confindustria, poi benedetto dall’allora governo democristiano. Quell’accordo introdusse un meccanismo piuttosto semplice e chiaro, più noto come scala mobile, o punto unico di contingenza: all’aumento del costo della vita corrispondeva un aumento automatico dei salari. Allora l’inflazione era una cosa molto più grave di oggi: quell’anno sfiorò il 17 per cento. Ma quell’accordo, che dava senza dubbio una risposta chiara ai problemi delle buste paga, alimentò negli anni una soluzione peggiore del male, ovvero la rincorsa fra prezzi e salari, spingendo l’inflazione fino al venti per cento.











